Il caso di Anna. Trattamento integrato tra osteopatia, fisioterapia e psicoterapia in paziente con chronic low back pain

Noi pensiamo molto meno di quanto sappiamo, sappiamo molto meno di quanto amiamo. Amiamo molto meno di quanto si possa amare. E così siamo molto meno di ciò che siamo.

Da “la politica dell’esperienza” di R.Laing 1964

Premessa e anamnesi medica:

Anna, una ragazza di 24 anni, si presenta nello studio di osteopatia accusando una forma forte e invalidante di lombalgia senza irradiazione agli arti inferiori, al termine di una serie di consulti medici dagli specialisti più disparati senza trovare però nessuna soluzione. E’ il fisiatra che la prende in carico che al termine di diverse consulenze con ortopedici e neurochirurghi, non rileva nessuna particolare problematica e nessun riscontro radiologico tale da avvalorare una condizione  invalidante, così come invece riferita dalla paziente. Anna infatti, a seguito dei forti dolori dovette rinunciare a gran parte delle sue attività quotidiane e passare lunghi periodi a letto. Dopo questo peregrinare la diagnosi definitiva fu quella di “lombalgia aspecifica”, il medico specialista ipotizzò una debolezza della muscolatura profonda e dei principali stabilizzatori della colonna. Per quanto questa sembrasse l’unica diagnosi possibile, cozzava con alcune narrazioni riferite sempre dalla paziente sul suo stile di vita: infatti era impiegata come insegnante di Pilates in un centro specializzato e nonostante il dolore che sopraggiungeva senza uno schema motorio preciso, la paziente continuava a lavorare tenendo le lezioni regolarmente e spiegando alla perfezione tutti gli esercizi. Fino alla presa in carico nello studio di Osteopatia la terapia era basata sull’utilizzo massiccio di antidolorifici Fans e su periodici massaggi miofasciali effettuati da personale non sanitario, da lei stessa descritti come “molto dolorosi”.

Contratto terapeutico in osteopatia:

  • Contratto Terapeutico Osteopatico: 1 volta settimana per 4 settimane
  • Obiettivo Terapeutico a Breve e a Medio Termine: riduzione del 70 % della sintomatologia dolorosa nel primo mese e ripresa delle normali autonomie giornaliere.

La valutazione osteopatica non evidenziava particolari disfunzioni nei vari ambiti se non la presenza di forti restrizioni fasciali a livello lombare e cervicale, accompagnate da un alterato pattern autonomico. Questo ultimo indicatore autonomico fu uno dei motivi che ci portò a pensare a un trattamento integrato osteopata-psicoterapeuta.   Il nostro contratto terapeutico era basato su un trattamento alla settimana di 45 minuti circa per la durata di quattro settimane. L’obiettivo terapeutico era la riduzione della sintomatologia dolorosa del 70% nel primo mese e a medio termine la ripresa delle normali attività e autonomie giornaliere.

Il trattamento osteopatico era principalmente basato su lavoro fasciale e di srotolamento fasciale, accompagnato da riequilibrio orto-parasimpatico, educazione e auto trattamento domiciliare con esercizi terapeutici costruiti ad hoc.

Il riequilibrio delle tensioni presenti a livello miofasciale-articolare e l’inibizione del dolore erano ricercati principalmente attraverso tecniche di srotolamento. La tecnica di srotolamento viene applicata inducendo un movimento che risulta come “una spontanea espressione della tensione del tessuto in disfunzione: le componenti di taglio, di rotazione o di torsione possono svilupparsi secondo schemi tridimensionali complessi che necessitano di essere sostenuti (attraverso il movimento) amplificati e liberati fino a quando ne viene percepito il rilascio.” (da “La Fascia, clinica e terapia manuale. Leon Chaitow. Edi Ermes). Tale tecnica sfrutta una attenzione bi-focale operatore/paziente e include una importante componente somato emozionale.

Gli esercizi domiciliari avevano lo scopo di mettere in condizione Anna di sperimentare il movimento senza dolore cercando di contrastare l’aspetto kinesiofobico che era sopraggiunto con i sempre più presenti dolori lombari.

I miglioramenti da prima lenti, cominciarono a palesarsi quando alla terapia osteopatica venne affiancata la psicoterapia.

Valutazione e anamnesi psicologica:

La paziente si presenta in studio portando una narrazione precisa e dettagliata rispetto al suo dolore cronico, sono presenti due temi principali: un sentimento di abbandono con connesso ritiro depressivo,  la banalizzazione e normalizzazione del vissuto di dolore da parte di personale medico e familiari che nel tentativo di proteggere e rassicurare la paziente in realtà produce un effetto di squalifica importante da parte delle figure significative più importanti. L’identificazione con la propria condizione patologica ha fortemente limitato le autonomie della paziente, amplificando la reazione autonomica e favorendo una cronicizzazione di strategie d’evitamento esperienziale che alla lunga hanno influito sul ritiro sociale e sull’identificazione della paziente con la propria patologia. Dal punto di vista sistemico e familiare, la paziente è orfana di padre, una figura estremamente importante e protettiva ed è l’unica figlia rimasta a casa con la madre, che sembra ancora impegnata nell’elaborazione del lutto da vedova. Il sistema familiare nella parte dei fratelli sembra costruire una forte spinta omeostatica sul ritiro depressivo della figlia, che di fatto viene identificata come essere l’unica risorsa in grado di accudire la madre nel suo lutto. Questo contesto parrebbe costruire sul dolore e sull’identificazione con i suoi temi  l’unica possibilità di essere riconosciuti e accuditi,  questo tipo di narrazione e contesto relazionale sembra produrre però in realtà sofferenza e amplificare a un livello più profondo la risposta autonomica di attivazione e cronicizzazione del dolore fisico.

Ipotesi di trattamento e contratto terapeutico:

Il lavoro integrato con l’osteopatia e la fisioterapia ci permette di individuare delle risorse concrete rispetto al trattamento della risposta autonomica sul dolore cronico, contemporaneamente apprendiamo che la paziente riferisce episodi sporadici e non sistematizzati di azioni ed eventi che sembrano portarla verso episodi di autonomizzazione e recupero delle principali aree di sviluppo e crescita personale (svolge la sua professione di insegnante di pilates, riesce qualche volta ad uscire con le amiche e ad andare a ballare ad esempio) questo ci permette di elaborare un contratto terapeutico così strutturato:

obiettivi a breve termine:

  • Validazione del vissuto di dolore ipotizzando che esso abbia significato e senso in un ottica di contesto familiare e relazionale e non sia un elemento esterno invalidante.
  • Utilizzo della matrice ACT per individuare le principali strategie di evitamento esperienziale e insegnare strategie efficaci di defusione dai pensieri critici e accettazione delle componenti disfunzionali prodotte dalle risposte autonomiche croniche (paura, disperazione e rabbia in particolare)

Obiettivi a medio e lungo termine:

  • Riduzione della componente autonomica tramite tecniche di consapevolezza corporea (focusing e mindfulness corporea)
  • Ricostruzione della propria narrazione personale e contestualizzazione della storia di dolore come una componente del proprio percorso di vita e non come espressione univoca dei desideri e dei bisogni della paziente.
  • Esplorazione delle proprie competenze e temi di evoluzione e crescita personale.

Conclusioni:

Il trattamento integrato del caso di Anna dura in totale 12 mesi con una frequenza differente. Al termine della terapia la paziente ha ripreso a lavorare in maniera continua, ha iniziato la pratica della pole dance che aveva sempre evitato e ridotto notevolemente l’utilizzo di fans e antidolorifici. In un incontro di monitoraggio apprendiamo anche che ha iniziato una relazione felice con un ragazzo e sta pensando di andare a convivere con lui. L’approccio integrato in questo caso ci ha permesso di avere un punto di vista contestuale, ipotizzando come certi comportamenti hanno in realtà una funzione precisa che viene costruita dal contesto stesso. Avere una visione sistemica permette di poter integrare diverse esperienze, come le tessere di un puzzle che hanno senso solo nel loro disegno finale. L’intervento osteopatico ha infatti responsabilizzato la paziente sulla propria risposta autonomica e ha permesso di potercisi dedicare in maniera attiva e costruttiva. La psicoterapia su questa esperienza di regolazione autonomica ha costruito una narrazione che desse significato al dolore e distinguesse la paziente dal suo vissuto critico e dai suoi pensieri riducendo notevolemente l’esperienza invalidante della lombalgia. Il nostro obiettivo comune infatti non era combattere il dolore e far sparire completamente il sintomo, ma ridurre le conseguenze invalidanti date dalla cronicizzazione della risposta autonomica e permettere ad Anna di riappropriarsi della sua vita, con le cose belle e le difficoltà che la sua storia racconta e racconterà.

Dott. Marco Giuseppini Osteopata

Dott. Daniele Pisu Psicoterapeuta

“E SE MAI VI PUNGESSE VAGHEZZA…”

Un’ipotesi di dialogo interdisciplinare fra psicoterapia e osteopatia alla luce della teoria polivagale

E’ con molto piacere che  vi presentiamo il primo dei nostri contributi a quattro mani nello spirito del  progetto Soma Ergo Sum: il tentativo, umilissimo, è di cominciare a costruire con curiosità dei territori comuni tra discipline molto diverse ma che hanno comunque come focus il benessere psico-fisico della persona e la riscoperta di una dimensione unica fra mente e corpo in una concezione olistica e sistemica.

Qualche tempo fa in una delle tante chiacchierate dopo innumerevoli birrette  è emerso il bisogno di approfondire alcune intuizioni che venivano dalle nostre rispettive pratiche cliniche. Da psicoterapeuti è un pò di tempo che ci si interroga sulla possibilità di poter intervenire e lavorare con la dimensione corporea e  tutto quello che essa comporta. Tradizionalmente, la psicoterapia è culturalmente dominio del linguaggio ed esiste un primato culturale dei temi cognitivi che ipotizza un ordine gerarchico tra sistema nervoso e neo corteccia,  considerate centrali e fondamentali, e la corporeità, intesa come periferica e semplicemente correlato psicofisiologico dei processi “superiori” cognitivi. Fortunatamente i paradigmi teorici stanno cambiando ed emergono modelli  affascinanti in tal senso. Da osteopati invece, ci si trova spesso a considerare in maniera meccanicistica i trattamenti e gli approcci alle varie problematiche che i pazienti presentano, ritrovandosi sempre più spesso a fare i conti con fattori aspecifici e relazionali che sembrano pesare moltissimo negli esiti di molti casi. Come vari studi suggeriscono, l’osteopatia potrebbe rivelarsi un valido strumento a completamento di una terapia multidisciplinare in caso di pazienti affetti da problematiche di carattere psico-emotivo.  Il famoso adagio di Giovenale “Mens sana in corpore sano” ci ricorda come, anche nel mondo occidentale, il connubio mente e corpo fosse considerato estremamente importante. lo stesso Ippocrate attribuiva alla mente un potere enorme sul corpo e viceversa.  Le cose hanno iniziato a complicarsi però dal 1600 con il famoso adagio di Cartesio “Cogito ergo sum” Penso dunque sono, all’apparenza innocuo, diventerà una vera e propria pietra di confine per gli sviluppi successivi. La coscienza e l’esistenza sono possibili solo se pensate e prerogativa della res cogitans; la res extensa, ovvero l’esperienza, nella fattispecie l’unica esperienza possibile, quella corporea, viene relegata in secondo piano e così emozioni e sensazioni risultano diventare un territorio scivoloso e difficile da trattare.  Un’idea dell’impatto di questa cosa la troviamo anche nel parlato comune che ci ricorda come alcune emozioni siano note unicamente per   influenzare in maniera critica e affliggere il corpo, “farsi il fegato marcio” o “avere un travaso di bile” ci danno bene l’immagine di come la rabbia  in questa concezione sia qualcosa che  influenza i nostri organi, da sempre considerati sede di emozioni, relegate appunto nella “periferia dell’impero”

In linea con questo tema, purtroppo la visione meccanicistica della medicina moderna spesso tende a trascurare alcuni aspetti, ma è pacifico ammettere che elementi emotivamente stressogeni possono andare a influenzare il nostro fisico e viceversa.  Proprio nello studio sul trattamento dei traumi psicologici si sono fatte delle scoperte molto interessanti che possono essere un punto di svolta nel lavoro interdisciplinare e nel dialogo tra pratiche e contesti anche molto differenti.

Si può definire classicamente un trauma psico-emotivo un evento inevitabilmente stressante che stravolge i meccanismi di coping esistenti nelle persone 1.

Gli effetti delle esperienze traumatiche possono essere molteplici. Ad esempio, sopravvissuti al trauma possono manifestare ansia e depressione, abuso di sostanze, disturbi alimentari o di personalità, o avere un esito diagnostico ben preciso come il disturbo post-traumatico da stress  e il disturbo post-traumatico da stress complesso (PTSD / PSTDC)2.

A livello puramente fisiologico, il trauma si manifesta come un fallimento dell’attivazione fisiologica della risposta ormonale atta ad organizzare un comportamento efficace verso una minaccia. Mentre in un individuo sano si produrrebbe una risposta di lotta o fuga di successo, l’individuo traumatizzato spesso viene immobilizzato con conseguente risposta comportamentale condizionata3.  Questo almeno fino a qualche tempo fa. Dalla fine degli anni 90 e tutt’ora in corso Stephen W. Porges ha compiuto una serie di affascinanti ricerche di neurofisiologia che hanno rivoluzionato molti contesti, sia in psicoterapia che in medicina. L’idea di Porges è che la gerarchia fra corpo e mente e i processi di influenzamento top down  connessi, siano puramente teorici ma che in realtà le componenti viscerali e corporee siano strettamente connesse al sistema nervoso centrale e si influenzino costantemente con processi di tipo top down ma anche bottom up.  Questa concezione di corpo cosciente e di “sistemi nervosi” multipli deriva dai sui studi sul nervo vago. La  cosidetta teoria polivagale di Porges studia le molteplici funzionalità del nervo vago. Il nervo vago o decimo nervo cranico è la componente primaria del sistema nervoso parasimpatico, responsabile di moltissime funzioni e mette in comunicazione il tronco encefalico (nucleo ambiguo e nucleo dorsale) con diversi organi viscerali.  Il nervo vago si distingue in due vie motorie differenti che prendono forma appunto dal nucleo ambiguo e dal nucleo dorsale del tronco encefalico. Le vie del nucleo dorsale del vago sono evolutivamente più antiche e non mielinizzate e collegano organi viscerali sotto diaframmatici, le abbiamo in comune con i rettili e sono responsabili dei processi di immobilizzazione e disattivazione ma anche di omeostasi, contrapposti con i processi di mobilizzazione e attivazione del sistema simpatico (asse HPA ipotalamo ipofisi e surrene); la parte ventrale invece del nervo vago è una struttura evolutivamente recente e mielinizzata, che troviamo solo tra i mammiferi, è connessa agli organi sopra il diaframma, notoriamente regola il ritmo cardiaco e la respirazione ma, scoperta unica e importantissima, è collegata ai muscoli facciali, alle corde vocali e ai muscoli dell’orecchio medio. Porges chiama questo complesso “sistema del coinvolgimento sociale” e ipotizza che i mammiferi regolino i loro stati fisiologici interni attraverso l’interazione sociale e il contatto con gli altri individui. Esiste un sistema gerarchico che è regolato dalla neurocezione (la capacità implicita e sensoriale di rilevare indicatori di sicurezza o pericolo) tale da permettere al sistema di coinvolgimento sociale di inibire le risposte di mobilizzazione del simpatico (reazioni attacco/fuga) e le reazioni di immobilizzazione (disattivazione e spegnimento), tuttavia in virtù dei principi di influenzamento bottom up e top down, in circostanze ritenute si estremo pericolo e insicurezza, il sistema di coinvolgimento sociale verrebbe inibito dal simpatico e in casi estremi come risposta adattiva conservativa dal vago dorsale determinando le reazioni tipiche di spegnimento e dissociazione presenti nelle manifestazioni traumatiche più gravi.

Uno studio di osteopatia del 2020 pubblicato sul JAOA a firma di Liem e Neuhuber 3 indaga la possibilità di trattamento di pazienti con trauma psico-emotivo attraverso un approccio di integrazione bifocale (punto di vista del terapeuta e punto di vista del paziente), ponendo l’enfasi sul rilassamento del corpo e della mente, in modo da coinvolgere attivamente il paziente nei processi di autoguarigione. Tutto questo alla luce delle nuove concezioni neurofisiologiche proprio della teoria polivagale inizialmente proposta da Stephen Porges nel 1995 4.

Le esperienze traumatiche si manifestano spesso attraverso una iper attivazione del sistema nervoso ortosimpatico, stati di eccitazione o immobilizzazione e ritiro comportamentale. Queste risposte progettate come “life saver” se cronicizzate diventano col tempo degli stressor.
L’osteopata può essere utile nel consentire ai pazienti di percepire e integrare l’aspetto corporeo nei modelli di reazione allo stress trasmettendo al paziente un ambiente di fiducia e sicurezza e riattivando attraverso aspetti  relazionali (quali  ad esempio il contatto visivo, la manipolazione e il tono della voce) il sistema del coinvolgimento sociale o del vago ventrale, connesso anche alla risposta di guarigione e alla sensazione di sicurezza.

Lo scopo del trattamento manipolativo osteopatico è inoltre quello di favorire il rilassamento fisico e mentale inibendo attivamente l’ipereccitabilità e gli effetti ortosimpatici sul cuore in modo da attenuare l’asse dello stress ipotalamo-ipofisi-surrene.

Questa condizione viene stimolata dal nervo vago dorsale nella sua branca cardiopolmonare e dal nervo trigemino afferente attraverso il sistema sensitivo miofasciale della faccia, i quali attivano i circuiti della sostanza grigia periacqueduttale (PAG)-limbico-prefrontale. 

In uno studio del 2016 Liem T. propone un protocollo di lavoro incentrato sul trattamento di pazienti con trauma che include specifiche palpazioni in grado di consentire al paziente di capire la relazione tra funzionalità compromessa, disfunzione somatica e fattori interni ed esterni6.

Il lavoro viene incentrato su:

1.Sincronizzazione delle percezioni date dalle sensazioni corporee, dall’ansia, dalle emozioni

2.Contatto visivo

3. Palpazione della zona cardiaca

4. Riequilibrio tra cuore addome e testa

5. Palpazione zona cardiaca da parte dell’osteopata, palpazione zona cardiaca da parte del paziente

6. Ricerca di relazione tra percezione interiore del paziente e percezione sensoriale dell’ambiente esterno

7. Bilanciamento verticale tra vertex, regione pelvica e pianta dei piedi attraverso tecniche di respirazione

Per rendere efficace tutto questo sarà quindi necessaria una ottima relazione terapeutica e una fase di confronto bifocale (sensazioni dell’osteopata e sensazioni del paziente).

Attraverso la palpazione l’osteopata guida il paziente in una nuova enterocezione che, unita al lavoro specifico dello psicoterapeuta, può rappresentare una potente arma nel trattamento di questi pazienti.

Dal punto di vista clinico i lavori sul trauma nella psicoterapia senso motoria (Odgen 2006)  la Somatic experience di Levine (2014) vanno in questa direzione e rappresentano un percorso viabile e molto stimolante.

Marco Giuseppini, Osteopata – Daniele Pisu, Psicoterapeuta

Bibliografia:

  1.  Van der Kolk BA, Fissler R. Dissociation and the fragmentary nature of traumatic memories:  overview and exploratory study. J Trauma Stress. 1995;8(4):505-525. doi:10.1007/bf02102887
  2. Giller E. What is psychological trauma? https://www.sidran.org/resources/for-survivors-and-loved-ones/what-is-psychological-trauma/. Accessed December 15, 2018
  3. Van der Kolk BA. Clinical implications of neuroscience research inPTSD. Ann N Y Acad Sci. 2006;1071(1):277-293. doi:10.1196/annals.1364.0224
  4. Torsten Liem, Winfried Neuhuber. Osteopathic Treatment Approach to Psychoemotional Trauma     by Means of Bifocal Integration.  J Am Osteopath Assoc. 2020;120(3):180-189 doi:10.7556/jaoa.2020.021
  5. A) Porges SW. The polyvagal theory: phylogenetic substrates of a social

     nervous system. Int J Psychophysiol. 2001;42(2):123-146. doi:10.1016/s0167-8760(01)00162-3

B) Porges SW. The polyvagal theory: phylogenetic contributions to social

     behavior. Physiol Behav. 2003;79(3):503-513. doi:10.1016/ s0031-9384(03)00156-2

C) Porges SW. The Polyvagal Theory: Neurophysiological Foundations of Emotions, Attachment,        Communication, and Self-Regulation. New York, NY: Norton; 2011.

  • Levine, P.A. (2014) Somatic Experiencing, casa Editrice Astrolabio, Roma
  • Ogden, P., Minton, K., Pain, C. (2006). Il trauma e il corpo. Manuale di psicoterapia sensomotoria. Tr.it. Istituto di Scienze Cognitive Editore, Sassari 2012
  • Porges stephen the pocket guide to polyvagaltheory. The transformative power of feeling safe. 2017 Norton and Company

Cambia fascia alla prima colazione. Il rilascio miofasciale verso una concezione di corpo vivente e interattivo.

Uno degli approcci più utilizzati in osteopatia è quello fasciale. Le tecniche osteopatiche fasciali si utilizzano per intervenire sulla fascia mettendola in equilibrio e in grado di esprimersi al meglio.

Nell’ultima decina di anni la fascia è stata sempre più studiata e compresa dal modo della medicina, arrivando a considerare questa struttura per quello che è realmente: non più un sistema passivo a supporto del sistema muscoloscheletrico, come suggeriva una vecchia concezione, ma un vero e proprio network molto più complesso di quello che si credeva una volta.

Pur non avendo raggiunto una classificazione e definizione unanime che la identifichi, l’International Fascia Research Congress la definisce come “tessuti collagenici fibrosi che sono parte di un ampio sistema di trasmissione di forza tensionale[1].

Nell’analizzare questa struttura è bene spiegare alcuni concetti di base che ci aiuteranno nel proseguo della trattazione a capire meglio di cosa si parla.

Il primo, è il concetto di Bio-tensegrità: per spiegare la fascia si usa spesso il concetto di tensegrità proprio dell’architettura. Si tratta di un modello strutturale che aiuta a capire la sua anatomia microscopica, in cui troviamo delle componenti strutturali rigide e componenti di connessione flessibili che rispondono alle forze di tensione e di compressione in maniera coordinata, un po’ come i palloni che ricoprono i palazzetti dello sport fatti di tubi e cavi d’acciaio.

La bio-tensegrità “inverte il concetto vecchio di secoli in cui lo scheletro viene considerato come l’impalcatura su cui i tessuti molli vengono appesi e lo sostituisce con un modello di tessuto fasciale integrato dove elementi compressivi flottanti (le ossa) si intrecciano all’interno degli interstizi creati dagli elementi tensionali” [2].

L’altro concetto fondamentale è la Meccanotrasduzione: essa è la capacità che la fascia ha attraverso le sue cellule di convertire gli stimoli meccanici in attività chimica, con attivazione genica e produzioni ormonali tramite complessi apparati proteici cellulari, come le integrine.

È interessante notare, che il collagene (la fascia è costituita da tessuti collagenici, ricordate?) della MEC (matrice extra cellulare) ha un’emivita di 72 anni. Questo non vuol dire che la MEC non cambi ma è probabile che si riorganizzi sfruttando le stesse proteine e molecole nel tempo [3] (Questo aspetto andrà tenuto a mente quando parleremo di trattamento e delle modificazioni che esso comporta sulla struttura). Settantadue anni sono tanti. Un tempo tale fa pensare che in effetti la fascia possa essere coinvolta nella memoria dell’organismo. Se consideriamo quest’ ultima affermazione nell’ottica dello stress cronico, possiamo immaginare che i danni attuali al nostro sistema fasciale potrebbero avere ripercussioni fra anni.

Un esempio è il Wiplash (colpo di frusta). Questo evento traumatico causa una fortissima attivazione del sistema ortosimpatico (parte del sistema nervoso autonomo) tale da poter creare disturbi all’organismo per molto tempo, configurando una condizione di stress cronico, con conseguente danno tissutale cronico che innesca un processo di attivazione cronica dei meccanismi infiammatori [4] in particolare i fibroblasti continuano a secernere citochine (sono proteine in questo caso mediatrici chimiche dell’infiammazione) infiammatorie come IL-1β, IL -2, IL-3, IL-6 [5].

Chiariti questi punti torniamo all’osteopatia: uno degli scopi del trattamento è il così detto rilascio miofasciale. Ma cos’è il rilascio miofasciale? Teoricamente il rilascio dovrebbe essere l’allentarsi di una struttura definibile dura da un punto di vista tissutale, ad esempio un trigger point o una zona di disfunzione somatica (ossia una zona in cui sono presenti le caratteristiche di alterazione del tessuto, asimmetria, restrizione di movimento e dolorabilità). In realtà la questione è molto più complessa e coinvolge moltissimi aspetti della fisiologia del paziente e del tocco dell’operatore.

Il tocco dell’operatore ha come scopo una serie di effetti sul tessuto connettivo fasciale che determinano il de-tensionamento, o rilascio appunto, del connettivo stesso. In realtà il termine “rilascio miofasciale” è ambiguo. Gli studi ci dimostrano che per alterare l’organizzazione del tessuto connettivo occorrerebbe creare delle microfratture nel collagene tali da far depositare ai fibroblasti (cellule del connettivo) nuova matrice extra cellulare (MEC) e quindi allargare la fascia, creando il de-tensionamento. Per ottenere un tale effetto servirebbero tempi lunghissimi, quantificabili anche in più di un’ora, e forze elevate anche superiori ai 100kg di pressione. Tutto questo da un punto di visa manuale risulta impossibile [6] [7].

Detto ciò, si può quindi ipotizzare che la terapia manipolativa osteopatica, più che modificare meccanicamente la fascia, sia in grado di ripristinare la funzionalità miofasciale inducendo un processo anti infiammatorio in grado di favorire la rigenerazione e la guarigione tissutale.

Alcuni studi sembrano confermare questa ipotesi mettendo in correlazione il rapporto tra manipolazione e IL-6, una citochina anti-infiammatoria quando deriva dai muscoli durante una attività fisica, ma infiammatoria se prodotta in altri tessuti come, ad esempio, quello adiposo. L’IL-6 è anche in grado di indurre l’immunità Th17 (utile in caso di malattie autoimmuni croniche) nel momento il cui interagisce con TGF-β1 6 [8].

Gli studi condotti da Egan e colleghi dimostrano che stirare la fascia in una sola direzione causa aumento di IL-6, mentre uno stiramento in tutte le direzioni ha come effetto la sua diminuzione. [9] [10]

È quindi chiaro che è importante sapere e capire quale tipo di impulso utilizzare. L’applicazione di pressioni manipolatorie non agisce solamente sulla fascia ma anche su pelle e adipe, i fenomeni fibrosi infatti riguardano tutti i tessuti confinanti.

Come detto prima la fascia è un tessuto troppo resistente per essere alterato, eppure viene modificata durante una terapia manuale, perché? Barnes ha evidenziato come la terapia possa intervenire sulla visco elasticità del tessuto connettivo attraverso pressioni lente e profonde della durata di non più di 90-120 secondi [11].

L’idea originaria di Ida Rolf (ideatrice del metodo Rolfing) secondo cui la pressione manuale genera calore che è in grado di ridurre la viscosità della MEC è la spiegazione generalmente più accettata, sappiamo che la fascia è termosensibile. [12] [13]

Questo meccanismo funziona solo con trattamenti molto lunghi e fintanto che è presente la pressione. In pratica la terapia manuale non causa una deformazione plastica permanente.

Ma quindi, questa fascia si modifica o no? Come agisce il trattamento dell’osteopata?

Per prima cosa bisogna considerare la fascia non solo come un unicum meccanico.

Uno dei meccanismi che rendono la terapia manuale valida nel trattamento di questa struttura è la stimolazione della sua capacità meccanochimica, ciò permette alla terapia di avere una azione antinfiammatoria e immunitaria.

È stato evidenziato che la terapia osteopatica può attivare fattori di crescita come il G-CSF o chemiochine quali MIP-1α (Macrophage inflammatory protein) e MCP-1 (Monocyte Chemiotactic Proteine) in persone con bisogno di stimolazione del sistema immunitario [14].

Diversi studi dimostrano che un trattamento manuale generalizzato sull’intero corpo può migliorare sia patologie allergiche come eczema topico sia asma nei bambini [15] [16] sia patologie immunologiche quali la sclerodermia negli adulti.[17]

Le spiegazioni di tali effetti probabilmente sono spiegabili con un aumento a livello immunitario di linfociti circolanti (CD4+, CD8+, CD25+, CD56+) e annessa diminuzione di tutte le maggiori citochine infiammatorie (IL-1β, IL-2, IL-4, IL-6, IL-13, TNF-α e INF-γ), [18] facendo rispondere il sistema con una “infiammazione regolata” che determina una maggiore efficienza del sistema immunitario come conseguenza.

Tecniche di drenaggio linfatico favoriscono l’incremento delle cellule immunitarie in circolazione nella linfa e la redistribuzione delle citochine e di fattori antiossidanti quali superossido-dismutasi in tutto il corpo, migliorando l’attività del sistema immunitario.

Queste tecniche in caso di infezioni (es. polmonite) diminuiscono il tempo di ospedalizzazione, l’uso di antibiotici, il rischio di crisi respiratorie, sia regolando il sistema nervoso, sia riducendo il numero di batteri presenti nel tessuto infetto. [19]

La stimolazione manuale dei recettori interstiziali provoca una modificazione del flusso sanguigno mediata dal sistema nervoso simpatico che si concretizza nel travaso di plasma alla MEC. [20]

Questo processo permette alla MEC di ridefinire la propria composizione in modo da mantenere una struttura efficiente o di ritornarvi in caso di fibrosi e di densificazione.

La maggior parte delle ricerche sulle metodiche come l’osteopatia e sulle discipline corporee evidenziano un aumento del tono vagale indicato da un aumento della variabilità del ritmo cardiaco la cui presenza è generalmente indice di rilassamento e buona salute. [21]

La stimolazione del vago con annessa diminuzione del tono simpatico permette di spiegare molti degli effetti positivi conseguenti le terapie manuali, fra cui il riequilibrio della circolazione linfatica e la riduzione dell’infiammazione (riguardo a tale argomento vedi su questo blog l’articolo “Dovresti muovere il culo dal divano!!” ecco perché chi ti dice così è profondamente antipatico ma non ha tutti i torti. Stress, infiammazione e meccanismi di regolazione in quarantena. Alcuni spunti pratici.” Del 7 Aprile).

La relazione con la manipolazione deve essere considerata rispetto a tutti i sistemi complessi che coinvolgono la fascia stessa, quali ad esempio: la capacità meccanochimica prima citata, la sua capacità anisotropica, che si manifesta nella possibilità di opporre una resistenza diversa a seconda della direzione di applicazione di uno stimolo meccanico [22] e, di grande importanza, la risposta emotiva all’interazione con l’operatore.

Quest’ultimo punto è di fondamentale importanza per l’efficacia e la buona riuscita del trattamento e dovrebbe essere cardine di ogni rapporto operatore paziente, non solo in osteopatia. Il contatto vero e proprio. La stessa parola “manipolazione implica un contatto fisico tra operatore e paziente e, probabilmente, proprio questo è correlato a una attivazione delle cortecce anteriore e posteriore del cingolo (ACC e PCC) oltre che dell’insula e del talamo. Tali zone dell’encefalo sono in relazione alla sensorialità, la motricità e la coscienza. Questa attivazione non è stata rilevata quando è stato utilizzato per il trattamento uno strumento di legno, indicando quindi la primarietà e l’importanza del contatto umano.[23]

Potrebbe essere proprio il tocco in sè a mediare il rilascio miofasciale. Nella tecnica di “srotolamento fasciale” il tocco o il lieve stiramento fasciale stimola i recettori interstiziali inducendo uno stato di rilassamento mediato dall’aumento della attività vagale, inducendo riduzione del tono muscolare, minore viscosità tissutale, vasodilatazione locale e calma mentale. [24]

Il tocco oltre a determinare un riassetto neuro-miofasciale può determinare un aumento di capacità prorpiocettive e interocettive contribuendo a migliorare la formazione dello “schema corporeo” e della “immagine corporea” del paziente. [25]

La stimolazione dei meccanocettori fasciali a bassa soglia attiva infatti la via spino-talamo-corticale, inviando segnali verso i collicoli superiori, il nucleo del tratto solitario del vago e l’insula. Questo favorisce la consapevolezza del proprio corpo, dei sentimenti viscerali, delle emozioni, in relazione all’organismo e all’ambiente esterno. [26] Tutto ciò evidenzia come i cambiamenti tissutali e le sensazioni proprio e interocettive, indotte dalla terapia manuale, siano due aspetti di una stessa fisiologia stimolata da tale pratica.  

Durante un trattamento può quindi capitare di assistere a risposte psico-emozionali a seguito di cambiamenti della percezione del proprio corpo, in particolare durante le tecniche viscerali che stimolano l’interocezione. Durante l’esecuzioni di queste tecniche viene stimolato il cosi detto “secondo cervello” localizzato nell’intestino e composto da circa 600 milioni di neuroni. [27]

L’interocezione si può stimolare ponendo attenzione a ciò che avviene nel corpo e alle sensazioni che lo attraversano durante le sedute terapeutiche. Formicolio, calore generalizzato o localizzato, spazio percepito, silenzio interiore, emozioni affioranti, queste sono alcune delle manifestazioni che possono affiorare e alla quale prestare attenzione. La coscienza del paziente non può essere estromessa durante il trattamento, anzi può essere un utile indicazione e alleato per l’osteopata che sempre più deve porre attenzione non solo all’aspetto meccanico del corpo del paziente, ma deve necessariamente considerare anche la sua componente emotiva.

Dott. Marco Giuseppini

Cell. 3929218558

Bibliografia:

[1] (Schleip et al 2012b Fascia the tensional network of the human body. Churchill Livingstone Elsevier. Edinburgh)

 [2] (Levin S, Martin D, 2012 Biotensegrity the mechanics of fascia. In: Schleip et al. Fascia the tensional network of the human body. Churchill Livingstone Elsevier. Edinburgh, pp137-142).

[3] (Sivan et al “Collagen turn over in normal and degenerate human intervertebral disc as determinated by the racemization of aspartic acid” 2008 J.Biol.Chem 283 (14) pp8796-801).

[4] (Stecco “Manipolazione fasciale: per le disfunzioni interne” 2012 Piccin, Padova)

[5] (Zein-Hammoud e Standley “Modeled osteopathic manipulative treatments: a review of their in vitro effect on fibroblast tissue preparations” 2015 JAOA, 115 (8) pp 490-502).

[6] (Threlkeld, “ The effects of manual therapy on connective tissue”. 1992 Phys. Ther. 72, pp893-902) 

[7] (Schleip “Fascial plasticity – a neurobiological explanation: Part1” 2003a J. Bodyw. Mov. Ther. 7(1) pp 11-9).

[8] (Meltzer e Standley “Modeled repetitive motion strain and indirect osteopathic manipulative techniques in regualtion of humanfibroblast proliferationand interleukine secretion” 2007 JAOA, 107 (12) pp 527-36)

[9] (Egan et al “Importance of strain direction in regulating human fibroblast proliferation and cytockine secretion: a usefull in vitro model for soft tissue injury and manual medicine treatments” ANNO J.Manipulative Physiol Ther 30, pp 584-92)

[10] (Cao et al “Dosed myofascial release in three dimensional bioengineering tendons: effects on human fibroblast hyperplasia, hypertrophy and cytokine secretion” 2013 J Manipulative Physiol Ther 36 pp513-21)

[11] (Barnes “The basic science of myofascial release: morphologic change in connective tissue” 1997 J.Bodywor. Mov. Ther 1(4)p231-8).

[12] (Day et al “Application of fascia manipulation technique in chronic shoulder pain – anatomical basis and clinical implication- “ 2009 J. Bodiw. Mov. Ther. 13 pp 128-35)

[13] (Simmonds et al “A theoretical framework for the role of fascia in manual therapy” 2012 J. Bodiw. Mov. Ther. 16 pp 83-93 )

[14] (Walkowski et al “Osteopathic manipulative therapy induces early plasma cytokine release and mobilization of population of bool dendritic cells” 2014 PLos ONE 9(3):e90132).

[15] (Field “Massage therapy for skin condition in young children “ 2005 Dermatol. Clin. 23 (4) pp 717-21)

[16] (Fattah e Hamdy “Pulmonary function of children with asthma improve following massage therapy” 2011 J. Altern. Complemen. Med 17 (11) pp 1065-8)

[17] (Ball et al “Scleroderma and related condition” in: Schleip et al (eds) 2012 a, op. cit. pp 225-32).

[18] (Rapaport et al. 2010, “A preliminary study of the effects of a single session of Swedish massage on hypothalamic-pituitary-adrenal and immune function in normal individuals” J. Altern Compl Med 16(10) pp 1079-88)

[19] (Hodge 2011 “Osteopathic lymphatic pump techniques to enhance immunity and treat pneumonia” J. Bodyw. Mov. Ther. 15 pp 13-21)

[20] ( Schleip et al 2012 b “Strain hardening of fascia: static stretching of dense fibrous connective tissue can induce a temporary stiffness increase accompanied by enhanced matrix hidration” J. Bodyw. Mov. Ther. 16 pp 94-100)

[21] (Giles et al. “Suboccipital decompression enhances heart rate variability indices of cardiac control in healthy subjects” J. Altern. Complement Med 19(2) pp92-6)

[22] (Chaundhry et al “Mathematical model of fiber orientation in anisotropic fascia layers at large displacement” 2012 J. Bodyw. Mov. Ther. 16 pp 158-64)

[23] (Sliz et al “Neural correlates of a single session massage treatment” 2012 Brain Immaging Behav 6 pp 77-87)

[24] (Minasny B. “Understanding the process of fascial unwinding” 2009 Int. J. Ther Massage Bodywork 2 (3) pp 10-7)

[25] (Serino e Haggard “ Touch and the body” 2010 Neurosci Biobehav Rev 34 pp 224-36) 

[26] (Critcheley et al. “Neural mechanism of autonomic, affective and cognitive integration” 2005 J Comp Neurol 493 pp154-66)

[27] (Michael D Gershon “Il secondo cervello” 2013 Ed Utet)

– Chiera, Barsotti, Lanaro, Bottaccioli, La Pnei e il sistema miofasciale: la struttura che connette, Ed. Edra 2017

– Chaitow, La Fascia, clinica e terapia manuale. Ed. Edi-Ermes, 2014

Perché gli unicorni colorati e gli arcobaleni ci hanno stufato: Riappropriarsi del proprio spazio vulnerabile e valorizzare le emozioni critiche in quarantena.

Il problema degli unicorni colorati

Anche questo articolo nasce da una riflessione figlia della quarantena e del periodo di isolamento attuale. E’ un momento di distanza fisica ma di grande intimità sociale, la nostra esistenza  sui social media è molto ricca e vissuta con interesse e desiderio, è una dimensione virtuale ma ha delle ripercussioni incredibili sul nostro mondo: muove emozioni, pensieri e spesso genera tutta una serie di comportamenti specifici. Questa complessità ha in se delle potenzialità e dei rischi infiniti. Non è mia intenzione tediarvi però, sulle potenzialità o sui rischi dei social media in isolamento, ma raccontarvi come mi hanno ispirato questo articolo.  Un po’ di tempo fa mi sono trovato a condividere alcuni post della mia compagna che, insegnando yoga ha dovuto riorganizzarsi l’attività attraverso le classi online e il lavoro da blogger (il motivo della condivisione è un misto di stima mista ad intimidazione e ricatto familiare che tralascio) apparentemente una cosa innocua e senza ripercussioni, qualche tempo dopo ho fatto un po’ di attività social legata alla mia attività di psicoterapeuta, cosa che in genere non faccio quasi mai ma, a proposito della nostra vita virtuale, si sono ridotti i nostri spazi fisici di autonomia  e sono aumentate incredibilmente le nostre dimensioni multimediali regalandoci anche la possibilità di fare molti progetti interessanti, fino a qui comunque niente di eclatante. Apparentemente sarebbero due eventi scollegati e senza molta importanza. Nei giorni successivi invece i miei profili social hanno lentamente cambiato assetto fino ad essere totalmente invasi da decine di suggerimenti sponsorizzati di maestre yoga da cameretta, personal trainers in assetto da guerra pronti a dispensare consigli di wellness dai loro garage studio, guru di meditazione da salotto e una schiera di “life-mental e supercazzole varie-coach” e altri animali fantastici e variopinte figure pronte ad emanare vibrazioni positive e saggezze orientali fra i sorrisi e i gioielli etno­-chic delle loro foto profilo.  E così, un po’ per noia e un po’ per curiosità mi sono sfogliato molti di questi suggerimenti, mi sono sentito a disagio, mi sono irritato e infine mi sono ricordato di Deleuze. Procediamo per gradi: Gilles Deleuze, filosofo francese erede di Foucault nello studio del Potere, scrisse molto su come il potere si sia evoluto storicamente nelle società del controllo.  Il controllo in un contesto post-capitalista non si esercita più in maniera lineare, con strutture coercitive, precise e disciplinate ma è una sorta di rizoma, un reticolo destrutturato ma molto più capillare che esercita il suo dominio attraverso il dato: il dato non normalizza l’individuo come faceva il potere coercitivo dell’istituzione ma la sua forza de-personalizzante è enorme e sommersa, non esistiamo in quanto persone ma siamo profili tracciabili e cluster di informazioni. La dimensione Virtuale contribuisce poi a sviluppare e diffondere questa evoluta forma di potere. E’ un controllo invisibile che ci lascia l’illusione di essere liberi e poter scegliere liberamente come nella migliore favola consumista, il processo di individualizzazione sembra massimo, identità, valori e status sono i simboli del controllo, in realtà il mondo degli algoritmi di ricerca online nel frattempo classifica dati e informazioni, crea tendenze e movimenti e in questo clima di pandemia, anche il complottismo più bizzarro e il pensiero più contro-corrente parrebbe una maglia di questa rete impercettibile ma molto potente di controllo sociale.

Perché mi sono fatto questo vaneggio e in realtà, dopo poco, ho provato irritazione e disagio? E’ successo più o meno  così, mentre leggo l’ennesimo post sull’organizzazione generativa del tempo, sulla gestione creativa dell’ansia in pandemia e sul valore del positive thinking, comincio a sentirmi profondamente in imbarazzo e provare un po’ di inadeguatezza verso l’ennesimo sorriso rubato fra smoothies bio, asana energetici  e citazioni di psicologi americani, divento irritabile e mi accorgo che nel tentativo di essere originali, positivi ad ogni costo e semplici la rete è come se mi suggerisse attraverso l’organizzazione del tempo libero, quale sia il modo migliore di poter stare bene e di pensare durante la quarantena. E così comincio a provare fastidio, mi irrito e mi imbarazzo. Sono tutti segnali di ritiro, mi parte un senso di colpa potentissimo perché sono sul divano a perdere tempo e mi sento pure triste davanti a “Sonia Asanamasana” che mi dice che devo coltivare il mio respiro e scacciare i pensieri negativi, e io invece le guardo solo le minne. Ma poi ci penso un po’ su e comincio ad osservare il mio fastidio e Imbarazzo. Nei variopinti profili sponsorizzati non c’è nulla che gli si avvicini minimamente. La nostra società infatti ha un rapporto molto particolare con queste due dimensioni emotive, già averle nominate evoca temi foschi e pesanti, il fastidio declinato nelle sue forme più dolorose è negato ed edulcorato, l’imbarazzo è un’emozione co-costruita nei primi anni di età per modulare le relazioni di gruppo e insegnare il concetto di limite sociale. Al giorno d’oggi il dolore fisico e mentale non è tollerato, e’ scomodo, l’idea è di eliminarli o affrontarli come eventi negativi che ci distolgono dal nostro essere socialmente performanti. Se hai un’infiammazione articolare esiste un farmaco che può ridarti la tua condizione precedente senza troppo sbattimento e senza che tu rimanga fermo per troppo, se hai l’ansia esiste una benzodiazepina che elimina il disagio e ti permette di rivedere positivamente il tuo orizzonte senza dovertici soffermare per troppo tempo. La negazione del disagio non avviene direttamente, ma attraverso l’enfatizzazione di modelli positivi e soluzioni a buon mercato, praticabili e veloci.  E se per caso ti scoppia una pandemia globale che ti incasina la percezione del tuo orizzonte di vita e rende la definizione di performante e indipendente altamente fragile? Se gli individui pensati come progetti nel futuro come diceva Heiddeger avessero invece un futuro incerto e per nulla rassicurante? Questa cosa è intollerabile e poco gestibile.

Se prendessimo per buona la suggestione di Deleuze, potremo immaginare un modello di contesti che costruisce l’idea pervasiva e poco mediabile che l’isolamento sia un’occasione unica e fantastica di produrre cose bellissime ed essere comunque felici e impegnati, in un tripudio di unicorni colorati e sorrisi impregnati di prana. Il tempo privato della pandemia deve essere riempito, abitato da pratiche salutari, da lavori illuminati e occasioni da non perdere. La dimensione del tempo della quarantena non tollera il vuoto o lo spreco. Ma c’è un bisogno profondo che sfugge alle maglie di questa rete invisibile e presente di ottimismo e che è il nostro più grande tabù: la possibilità di fermarci, la capacità di rallentare, il diritto di non produrre. Dopo due mesi di ritiro forzato ed isolamento diventa difficile pensare a come poterci riprendere i nostri spazi, immaginare come ripartire e ricostruire la normalità delle nostre relazioni.  L’imperativo etico e la domanda di questi tempi non è come affrontare la quarantena, e quali strategie adottare per gestire e non farci travolgere dall’ansia, dalla rabbia e da tutte le emozioni critiche che sono strapresenti in questo periodo. Credo che la reale domanda sia come potremo immaginare e descrivere il mondo che ci aspetta la fuori, come potremo riappropriarci della normalità, ricongiungerci con i bimbi, gli anziani e i sofferenti mentali, grandi dimenticati e scomodi di questa quarantena fatta di pizze lievitate e challenge su Instagram? 

Riscoprire e riabitare il non produrre, la sconfitta e la paura.

Tempo fa online girava un filmato molto carino di un Rabbino che raccontava come crescono le aragoste. Il nostro rabbino ci informava che le aragoste sono esserini flaccidi e gommosi racchiusi dentro un guscio molto duro e statico. Le aragoste quando crescono hanno bisogno di sostituire il guscio, si isolano e si nascondono dai predatori e sostituiscono il guscio vecchio con uno nuovo. Il quesito interessante era “Come fanno le aragoste a capire che devono cambiare e crescere?” la risposta è che sono guidate dall’esperienza dello stress e del dolore, sentono che sono strette e compresse nel guscio, sentono il disagio. Il disagio quindi è l’esperienza che gli permette di crescere e cambiare. Tutto questo è molto stimolante, dovremo avere molta cura e attenzione delle nostre esperienze di disagio ed imbarazzo perché sono i principi della nostra crescita. Prigogine ipotizzava che le strutture complesse ed evolute derivassero da una condizione di non equilibrio e disordine caotico come processo fondamentale, questo nei sistemi umani sembra essere molto valido, cresciamo per crisi ed eventi critici. Tuttavia, esiste uno stigma culturale per cui non li accettiamo, li rifuggiamo e tutto ciò che ci mette a contatto con la nostra vulnerabilità e la nostra umanità è considerato segno di debolezza, un tabu da scacciare con forza e negare.

Sempre tempo fa online girava un filmato di Marina Abramovich che faceva una performance al MoMa di New York nel 2010, per sei ore al giorno per sette giorni su sette l’artista è rimasta immobile su una sedia a fissare chiunque decidesse di sederle di fronte. Questo video, famoso forse per l’episodio del ricongiungimento con il marito, ha in realtà un altro aspetto molto stimolante. In un’intervista l’artista serba ha dichiarato, riferendosi a questa performance: “le persone a casa non si siedono quasi mai a guardare qualcuno negli occhi, si fa di tutto per divertire se stessi, si ha il terrore di non fare niente, si guarda la televisione, si leggono i messaggi sul cellulare, sul computer, le mail. Abbiamo invece bisogno di restare fermi, ad essere presenti, essere qui ed ora. Al MoMa, ero là, ero disponibile per tutto il tempo e la relazione era biunivoca, le persone non avevano dove scappare se non in loro stesse, questo scatena una grande quantità di emozioni (…) Alle persone piace creare la migliore immagine di se stessi e poi nascondere lo schifo, ma la mia idea è di esporre tutto, l’essere umano deve essere onesto in merito a se stesso e agli altri. E’ ok non essere perfetti, è ok che tutti abbiano problemi e che mostriamo le nostre emozioni, è ok piangere” In questo periodo di isolamento siamo messi a contatto con il nostro lato umano più vulnerabile, con le nostre paure, dovremmo imparare ad accettare e prenderci cura del nostro fallimento, se falliamo e soffriamo significa che stiamo crescendo. Le persone che non hanno contatto con la sconfitta in genere non stanno rischiando nulla e tendono a ripetersi. L’equilibrio è una condizione transitoria e momentanea. In questi giorni dove ci sforziamo di apparire ottimisti, positivi e privi di turbamento regaliamoci la possibilità di rimanere fermi e curare il nostro essere vulnerabili, prendiamoci cura del nostro dolore e riserviamoci un vuoto privo di distrazioni o esperienze fatte giusto per riempire la nostra solitudine. La solitudine è un vuoto per molti, se cominciassimo ad abitarla e a conoscerla ci accorgeremo che ogni vuoto è in realtà uno spazio, una regione quindi da inventare e immaginare. Nel prossimo articolo ci occuperemo più in dettaglio di che cosa psicologicamente significa saper accettare e quali tecniche si possono utilizzare per entrare in contatto con la nostra parte vulnerabile ma anche disperatamente viva e umana.

Dott. Daniele Pisu, Psicoterapeuta.

Cell 3939336532

Bibliografia:

  • Gilles Deleuze Rizoma (1976), tr. Stefano Di Riccio, Pratiche, Parma 1977.
  • Martin Heidegger Il concetto di tempo
    A cura di Franco Volpi
    Piccola Biblioteca Adelphi
  • Ilia Prigogine “le Leggi del caos” Laterza 2008
  • The Dialectical Behavior Therapy Skills Workbook: Practical DBT Exercises for Learning Mindfulness, Interpersonal Effectiveness,

Metti la testa a posto in quarantena! I problemi di cervicalgia in quarantena

Oggi cercherò di spiegarti perché in questo periodo, in cui hai assunto la forma del divano o hai passato 23 ore al giorno davanti a uno schermo, ti è capitato di soffrire di dolori al collo.

Prima di tutto è bene chiarire che: la cervicalgia è quella condizione, nel parlato comune indicata in maniera generica come “dolore al collo”, definibile come un disturbo muscolo scheletrico che ha una durata estremamente variabile, giorni, mesi e in alcuni casi anche anni.

Le cause possono essere di varia natura: sedentarietà, posture scorrette protratte per lungo tempo, sport di contatto, attività lavorative particolarmente sollecitanti il rachide, colpi di frusta, ernie, osteofitosi, degenerazione discale e spesso anche problematiche viscerali. Come puoi notare ci sono un sacco di cause!

La sintomatologia è quella di dolore persistente anche a riposo, sensazione di tensione muscolare e, nei casi in cui siano interessate le radici nervose, formicolio al braccio, in alcuni casi sino alla mano, perdita di forza e debolezza muscolare, vertigini e nausea.

Alcune particolari attività possono aumentare il fastidio, lo stare alla guida per lunghi tragitti, l’utilizzo del casco in moto (è comunque meglio la cervicalgia rispetto a una lesione cranica, quindi usalo!), passare molto tempo davanti al computer.

Lo stress può accentuare il problema influendo negativamente sulla rigidità dei muscoli delle spalle e del collo.

La diagnosi è medica, avviene attraverso la raccolta dei dati anamnestici e con l’ausilio di indagini strumentali quali: radiografie, risonanza magnetica, e in alcuni casi anche elettromiografia.

Come avrai potuto notare, essendo cosi tante le cause, è impensabile trattarle tutte in questa sede quindi proverò a parlarti di una delle condizioni muscolo scheletriche più comuni e probabili in questo periodo di inattività forzata: la “Upper crossed syndrome” (UCS).

la definizione di UCS viene dal lavoro fatto da Vladimir Janda nel 1987-1988 [1]. Janda descrisse pattern muscolari di debolezza e di rigidità nella parte superiore e inferiore del corpo, tipici per chi effettua lavoro “da scrivania”. Nella UCS troviamo il tipico atteggiamento: [2]

  • Testa spostata in avanti
    • Debolezza dei flessori del collo
    • Debolezza del romboide e del trapezio distale
    • Rigidità dei muscoli cervicali superiori
    • Rigidità del trapezio prossimale e dell’elevatore della scapola e dei pettorali

L’approccio alla risoluzione del problema in questo caso dovrebbe essere di due tipi: inizialmente un lavoro manuale per permettere al paziente di ritrovare benessere immediato e ribilanciare le tensioni. In seconda battuta un lavoro di esercizi volti a cambiare i pattern motori e muscolari delle strutture in disequilibrio.

Per adesso posso indicarti un semplice esercizio da fare a casa (ovviamente se mentre fai l’esercizio il dolore peggiora o compaiono altri sintomi SMETTI!): [3]

  1. Trova il punto dolente palpando col dito, solitamente lo troverai in quei muscoli accorciati.
  2. Premi il punto, potresti sentire dolore, in questa fase è normale (ovviamente non devi arrivare a maledire i miei avi, vacci piano…)
  3. Muovi il capo lentamente fino a quando il dolore si riduce
  4. Rimani nella nuova posizione di assenza o riduzione di dolore (posizione di confort) per 1 minuto
  5. Torna lentamente alla posizione neutra
  6. Eventualmente ripeti la procedura

L’osteopatia è indicatissima in casi come questo, con il suo approccio va alla ricerca della causa del problema e cerca di risolverlo, eliminato il problema sparirà con esso anche il sintomo. Attraverso l’utilizzo di manipolazioni (quando concesso dallo stato generale del paziente, NON SI PUÒ SEMPRE “SCROCCHIARE LE OSSA”!!!) tecniche viscerali, tecniche fasciali e craniali, l’osteopata capace sarà in grado di migliorare la tua condizione e farti tornare a dire “si e no con la testa” senza piangere!

Bibliografia:

  1. Dr. Vladimir Janda, “Janda’s crossed Syndromes” JandaApproach.com
  2. Steven Low and Jarlo Ilano “Overcoming poor posture” 2017 Battle Ground Creative, Huston Texas
  3. Leon Chaitow “Terapia manual dei tessuti molli”Ed. Elsevier Masson 2007

Dott. Marco Giuseppini

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“Dovresti muovere il culo dal divano!!” ecco perché chi ti dice così è profondamente antipatico ma non ha tutti i torti. Stress, infiammazione e meccanismi di regolazione in quarantena. Alcuni spunti pratici.

In questi giorni di forzata permanenza sul divano e tra gli sportelli del frigo, due sono i nostri più probabili nemici:

lo stress e la sedentarietà.

Entrami sono in grado di agire in maniera incisiva sul nostro fisico, alterandone la sua naturale omeostasi (a noi osteopati piace tanto parlare di omeostasi) e aumentando quello che in osteopatia è definito carico allostatico. Ma cosa è questa Allostasi? È fondamentalmente, detta in parole semplici, la capacità del nostro sistema di mantenere l’equilibrio (omeostasi) in caso di variazione di situazioni ambientali, come lo stress. Il carico allostatico si manifesta quando i nostri sistemi, in particolare quello nervoso, non sono più in grado di gestire efficacemente queste variazioni che portano ad una serie di adattamenti del tessuto e che possono essere terreno fertile per un futuro disturbo.

Da un punto di vista fisiologico le reazioni di stress innescano una cascata biochimica che, in condizione di stimolazione per lunghi periodi, possono diminuire la nostra risposta immunitaria (in particolare le difese contro virus e trasformazioni maligne cellulari inibendo i Th1) e aumentare le nostre risposte infiammatorie. *1

Lo stesso aumento di peso, verosimilmente derivante anche dalla diminuzione dei nostri livelli di attività fisica, potrebbe favorire un innalzamento dei livelli di infiammazione. Ovviamente non bisogna vivere in una condizione di ascetismo alimentare ma è bene non esagerare, soprattutto se già ci troviamo in una condizione al limite*2.

Il nostro organismo fa fronte all’innalzamento dell’infiammazione attraverso diversi meccanismi. Le principali vie di regolazione interna sono il CAP (Circuito riflesso antinfiammatorio colinergico vagale) e l’asse HPA (Asse ipotalamo-ipofisi-surrene). Queste due vie lavorano insieme proprio per modulare la risposta infiammatoria *5. Il CAP è appunto un riflesso che si esplica grazie alla presenza del decimo nervo cranico o Nervo Vago. Questo nervo è la principale via di regolazione parasimpatica e collega il cervello anche a grossi organi quali polmoni, cuore, fegato, cistifellea, stomaco, pancreas e intestino, e non solo. Diciamo che è parecchio lungo (non a caso il suo nome deriva dal latino vagus: vagabondo) e ha un sacco di lavoro da fare! La sua connessione col cervello avviene attraverso due vie: una afferente (dalla periferia al cervello), che coinvolge circa l’80% delle sue fibre, l’altra efferente (dal cervello alla periferia), per il restante 20 % circa delle fibre *6. La via afferente percepisce ciò che succede in periferia nel nostro corpo, registrando i livelli di citochine infiammatorie rilasciate in una determinata zona (le citochine sono molecole proteiche mediatori chimici dell’infiammazione) e informa il cervello. L’informazione registrata a livello centrale mette in atto una serie di risposte necessarie a ridurre tale infiammazione, tra cui l’attivazione dell’asse dello stress e del sistema nervoso ortosimpatico HPA *7.

Detto ciò possiamo quindi considerare il vago come la principale via di regolazione parasimpatica, essa però espleta la sua attività antinfiammatoria lavorando sinergicamente col sistema nervoso ortosimpatico. L’azione viene quindi svolta dai due sistemi insieme *8.

Tornando al nocciolo della questione: è stato dimostrato che lo stress cronico riduce l’attività antinfiammatoria vagale. È interessante notare che i nuclei vagali durante la regolazione dell’infiammazione collaborano con i centri superiori come la corteccia prefrontale e l’amigdala. Queste due strutture sono implicate nella pianificazione dei comportamenti complessi cognitivi e, nel caso dell’amigdala, si trova una importante area emozionale strettamente connessa al nucleo ambiguo da cui nasce il vago cardiaco *9, questo a conferma del fatto che non possiamo separare le emozioni dal nostro corpo, le une influiscono sull’altro e vice versa.

  immagine neuroscienze.net

Fatte queste semplici e sicuramente incomplete premesse, come possiamo agire su questo sistema evitando quindi questi spiacevoli effetti dello Stress e dell’infiammazione in un periodo di reclusione come questo?

Una delle cose da fare può essere ricercare la modulazione del nostro network attraverso semplici esercizi quotidiani. È stato più volte dimostrato che tecniche meditative, una alimentazione corretta, e regolare attività fisica sono in grado di stimolare il nostro sistema nervoso autonomo nel senso del mantenimento omeostatico.

Dedicate una oretta al giorno a voi stessi eseguendo una routine composta da:

esercizi aerobici come salto della fune, plank mountain climber con elevata frequenza, jumping jack.

Non dimenticate mai di lavorare con esercizi fondamentali per il rinforzo e il mantenimento del tono trofismo muscolare come piegamenti sulle braccia, addominali e squat.

Aggiungete poi lavori di de-tensione muscolare e fasciale come lo yoga o in alternativa lo stretching.

È molto utile lavorare sugli esercizi di respirazione effettuando profonde e lente respirazioni diaframmatiche e toraciche sempre stando in posizione supina. Rimanete a occhi chiusi e effettuate 35 profondi respiri.

Infine una cosa molto interessante è l’attivazione del sistema vagale attraverso l’esposizione controllata al freddo. Una doccia fredda di 30 secondi o un panno freddo sul viso per la stessa durata di tempo sono in grado di attivare i neuroni colinergici che attraversano questa innervazione dandoci una piacevole sensazione di distensione e rilassamento *3.

Alla fine di tutto questo non dimenticatevi di fare spesso l’amore, il coito innalza i livelli di prolattina in corpo, un ormone ipofisiario con potenti effetti antiinfiammatori e rilassanti *4.

Se lo dice la scienza….

Dott. Marco Giuseppini

Osteopata e Fisioterapista

Via Tigellio 22 Cagliari

Cell. +39 3929218558

Bibliografia:

*1  Endocrinology of the stress response, E. Charmandary, Annual review of Phisyology 2005; 67:259-84

*2 Il numero di Gennaio 2001 della rivista “Pediatrics” un gruppo guidato dall’olandese Marjolein Visser ha messo in evidenza la correlazione misurando i livelli di PCR nel sangue di ragazzi e ragazze tra gli 8 e i 16 anni di età, mettendo in evidenza come la PCR sia elevata quando i chili sono troppi.

Low grade systemic inflamation in over weight children, Pediatrics, 2001; 107, n 1

*3 Makinen et all. Autonomic nervous function during whole body cold exposure before and after acclimatation. 2008 Aviat Space Environ Med; 79(9): 875-882

*4 S.S.C. Yen, R.B. Jaffe, La prolattina nella riproduzione umana, Endocrinologia della riproduzione, Verducci Roma 19

*5 McAllen et al. The interface between cholinergic pathways and the immune system and its relevance to arthritis” 2015, Arthritis Res Ther, pag 17-87

*6 Kenney, Gante “Autonomic nervous system and immune system interaction” 2014 Compr Physiol 4(3):1177-200

*7 Egea “Anti-infalmmatory role of microglial alpha 7 nAChRs and its role in neuroprotection” 2015, Biochem Pharmacol 97: 463-72

Elenkov et al. “The sympathetic nerve an integrative interface between two supersystem: the brain an the immune system” Pharmacol Rev, 52:595-638

*8  McAllen et al. The interface between cholinergic pathways and the immune system and its relevance to arthritis” 2015, Arthritis Res Ther, pag 17-87

*9 Tonhajzerova et al. “Vagal funcion indexed by respiratory sinus arrythmia and cholinergic anti-inflammatory pathway” 2013, Resp Physiol Neurobiol, 187 :78-81

Ieri uno dei nostri ragazzi al Tg2.

DI MELE, VINCENT PRICE E QUARANTENA. Aspetti psicologici e relazionali in tempo di isolamento da covid-19.

Questo articolo nasce in un momento della “cattività” forzata e obbligatoria che la maggior parte di noi sta vivendo nell’ultimo periodo. Avendo molte ore a disposizione mi è capitato di vedere un film del 1964, “L’ultimo uomo della terra” con un Vincent Price in bianco e nero che si aggira per un quartiere Eur di Roma deserto, fatta eccezione per un gruppo di cadaveri vampiri un po’ sfigatelli che ogni tanto provano a farlo fuori, senza nemmeno tanta convinzione.  Tralasciando perché  utilizzi il mio tempo di quarantena per vedere film di questo genere in un momento come questo ( sarebbe noiosissimo) Quello che mi ha colpito e mi ha fatto riflettere è stata la dimensione della quotidianità e della noia che il povero Vincent si trova ad affrontare come ultimo rappresentante della razza umana.  In questo senso quello che colpisce di più non è che lui effettivamente è l’ultimo uomo rimasto, una “leggenda” come nel libro da cui è tratto (Io sono leggenda di Richard Matheson) e nemmeno la minaccia ansiogena dei “terribili” vampiri, piuttosto ciò che disturba e fa riflettere è come effettivamente  riesca ad affrontare le giornate in un mondo così difficile e incerto, senza perdere lucidità e buon senso… in realtà non ci riesce proprio benissimo ma questo va a vantaggio del film e non delle nostre riflessioni. Il paragone con noi d’altronde è stato inevitabile e per niente scontato, prendetevela quindi con Vincent per quello che leggerete.

Perché la quarantena e l’isolamento fisico sono difficili da affrontare:

Ci troviamo di fronte ad un’emergenza senza precedenti, la portata delle misure prese dal  Governo Italiano e l’entità della minaccia rappresentata dal rischio pandemico del COVID19  mettono a dura prova le nostre normali risorse disponibili nell’affrontare situazioni di stress e crisi. In primis,  quello che rende questa crisi molto difficile da gestire è in realtà un elemento molto comune nella nostra vita: l’incerto e l’ignoto. In circostanze normali l’incerto e l’ignoto rappresentano una variabile molto frequente nella nostra crescita, un fattore cruciale, soprattutto perché attiva un’emozione innata molto importante: la sorpresa, che ancora più spesso si evolve in un concetto più complesso, fondamentale nell’individuo: la curiosità. Ma la curiosità a seconda del contesto e da come lo percepiamo e gli diamo senso sta sul continuum di un’altra emozione altrettanto famosa ma critica: la paura.

Confrontarci con uno scenario incerto e così complesso mette a dura prova il  nostro naturale bisogno di avere le cose chiare, sotto controllo e prevedibili, e questo genera paura, molta paura.  Accettare la paura e saperci convivere è uno degli aspetti più difficili del nostro tempo. Se siete attivi sui social avrete potuto osservare diversi comportamenti reiterati che sono un po’ delle strategie implicite per far fronte proprio a questa cosa:

In effetti aver a che fare con uno sgorbietto di pochi micron, capace di diffondersi in maniera veloce e incontrollabile ed evolversi in una polmonite virale molto seria e letale, probabilmente vi porterà  a negare. La negazione è un meccanismo difensivo molto antico, lo impariamo da bimbi quando facciamo l’esperienza di vissuti dolorosi che spostiamo o ignoriamo e magicamente spariscono. Per alcuni quindi è una semplice influenza mascherata da epidemia, un bluff esagerato dalla stampa per chissà quali sordidi fini. E siccome la paura ci mette davvero poco a trasformarsi in ansia ed essere quindi una preoccupazione angosciosa e senza un reale oggetto (o meglio con un oggetto davvero microscopico) un’altra emozione base con cui fronteggiamo l’ignoto è la rabbia. La rabbia tende all’azione e a essere espressa immediatamente, molto più permessa anche se poco riconosciuta in realtà dell’angoscia. In termini di senso è più facile arrabbiarci quindi con il misterioso podista untore o con il passeggiatore egoista e senza scrupoli (passando per cospirazioni militari, laboratori segretissimi, speculazioni economiche segrete o lobby di genitori con bimbi anarchici) che accettare che di fronte a certi eventi siamo vulnerabili e insicuri, perché siamo umani e mortali.

Accanto al doverci confrontare con un ignoto inaccessibile e poco governabile il secondo punto che rende difficile questo momento è la sicurezza. La sicurezza intesa come stabilità del Se: l’isolamento ha  messo a dura prova il nostra naturale bisogno di avere contatto e relazioni con gli altri esseri umani. Le relazioni umane sono fatte di contatto, di tempo, di spazi condivisi, soprattutto quelle significative e positive, sono la base per la costruzione della nostra sicurezza, intesa proprio come sicurezza del  Se, ne segue che in questo periodo è proprio la sicurezza ad essere messa in crisi.  In mancanza di un vaccino e di terapie efficaci l’unica misura preventiva sembra essere il distacco, l’isolamento e la negazione del contatto fisico. Siamo di fronte ad un problema nuovo e complesso, e come tale ha numerosi aspetti da considerare e in evoluzione.  Qualcuno parla di isolamento fisico ma intimità sociale, nel senso che la dimensione virtuale ci connette attraverso i social e le app ad un numero grandissimo di persone, questo cambia le regole relazionali e sociali ma ne parleremo più avanti. Il nostro Vincent nel 1964 doveva accontentarsi solo di un po’ di vinili per sentire le voci e le parole dei suoi affetti.

Ansia Paura e Rabbia ai tempi del Corona virus:

In questo periodo veniamo investiti spesso da emozioni considerate normalmente critiche quali  paura, rabbia e ansia. Iniziamo con il fatto che   sono emozioni perfettamente umane non sono negative come un certo stigma culturale delle volte tende a passare, al massimo possono avere degli aspetti critici ma  fanno parte della nostra vita, il problema è il rapporto che abbiamo con esse, soprattutto quando in un momento di crisi le sperimentiamo in maniera così improvvisa e intensa.  Il problema dell’emergenza coronavirus è che ci mette a contatto con la nostra parte vulnerabile che difficilmente siamo in grado di accettare, questo attiva una serie di strategie per evitare tutte le esperienze mentali e fisiche ad essa collegate. Ogni tentativo di controllare, evitare o gestire queste attivazioni aumenta l’intensità appunto dei nostri vissuti di ansia, paura e rabbia.  In pratica è come se organizzassimo, soprattutto in maniera implicita, la nostra vita sulle nostre paure, inutile dire che  per ovvie ragioni in questo periodo siamo portati ,spesso, a fare esattamente così.  Un po’ come il nostro Vincent Price del film che a furia di girare per queste strade deserte e questi spazi abbandonati  finiva per pensare e sentirsi troppo, un po’  come capita a noi in isolamento. Rimaniamo prigionieri della nostra testa, perdiamo il contatto con il presente. C’è una metafora interessante che si usa in terapia per far capire questa cosa ad un paziente (Harris 2009) Immaginate di avere un foglio di carta davanti agli occhi, appiccicato. Se vi chiedessi di descrivermi il mondo davanti a voi ci riuscireste? Se vi chiedessi di guidare la macchina e andare al mare ad esempio, lo potreste fare? Non credo… Quel foglio è la vostra paura, quante cose vi perdete intrappolati e fusi con la vostra paura, il vostro orizzonte è il foglio appiccicato in faccia. Immaginiamo che questa esperienza vi disturbi quindi investiate parecchio per eliminare il foglio, mettiamo che io ve lo blocchi con la mano a pochi decimetri di distanza e vi chiedessi di appoggiare la mano sulla mia, dall’altra parte del foglio facendo una pressione uguale e contraria alla mia, quasi da tenere il foglio lontano, sospeso tra le due mani, riuscireste ad andare a cena con il vostro partner o con un amico in questa condizione? Molto improbabile, quanto pensate di resistere con la mano che spinge sul foglio prima che il vostro braccio ceda, veramente molto poco. Questa cosa che state facendo sono i vostri sforzi per evitare la paura, magari vi arrabbiate, evitate o sacrificate un gran numero di risorse per evitare l’esperienza della paura, con scarsi risultati. Ma se io prendessi il foglio lo piegassi e ve lo consegnassi da mettere ad esempio sulle ginocchia: a questo punto, di quante cose potreste riappropriarvi, quanto potreste osservare e agire senza pensare al foglio. Che cosa avete fatto? Avete accettato la vostra paura senza negarla o combatterla, avete accettato che esiste e ve ne siete presi carico senza subirla. In questo senso siete usciti dalla testa per tornare sul presente e sulle cose che sono importanti per voi.  Riprenderci il presente e la quotidianità ed uscire dalla gabbia della mente in questo periodo è fondamentale. Devo dire che noi siamo più fortunati del nostro Vincent Price,  che era rimasto appunto, l’ultimo uomo sulla terra.

Isolamento fisico e intimità sociale. La dimensione virtuale nell’isolamento da Covid-19

Come dicevamo prima siamo una società complessa dove la dimensione virtuale crea legami e reti più o meno istantanee e veloci, ed è in grado di creare senso e significato anche senza nessun dato di realtà, questo ha un potenziale infinito e anche molte responsabilità in un periodo come questo. Sebbene esistano numerose ricerche che stabiliscono correlazioni tra utilizzo di social media e dimensioni di disagio e psicopatologia, queste ricerche non sono sufficienti a condannare e utilizzare un giudizio morale sul fenomeno. La virtualità che ci circonda non è ne un bene ne un male, dipende sempre dal fruitore e dalle modalità con cui se ne serve.  In questo clima di separazione  internet  e i social ad esempio possono essere dei mezzi importanti per non sentirci isolati e soli e coltivare le nostre relazioni importanti che non potremo ne vedere ne sentire in maniera ottimale se ci trovassimo  in un altro momento storico con la stessa emergenza. D’altra parte delegare la creazione del nostro senso critico alla dimensione virtuale necessita di molto buon senso e di alcune regole importanti: l’analisi delle fonti in primis, la possibilità di verificare su più media le informazioni e la capacità di defondersi cognitivamente ed emotivamente dalle news e contenuti più attivanti. Insomma in parole povere praticare  un po di sano distacco e silenzio dalla dimensione virtuale può essere utile di questi tempi a creare spazio mentale e distanza critica, che al giorno d’oggi sono la base per costruire un po’ di buon senso. Come diceva il Filosofo francese Baudrillard parlando della Televisione,  il modo per sopravvivere e ritrovare noi stessi è semplicemente spegnerla di tanto in tanto e tornare a vedere le stelle.

Quarantena mele e serenità nel presente.

Il problema della quotidianità e di come affrontare le giornate è forse uno dei nodi più importanti per mantenere un livello di disagio accettabile e magari produrre qualcosa di utile e generativo da questa esperienza di quarantena. Una delle cose più difficili e fallimentari che possiamo fare in queste situazioni è cercare di controllare e avere ragione di fattori che obiettivamente sono fuori dal nostro controllo, ne derivano ansia, frustrazione e rabbia. Possiamo però controllare ciò che ci riguarda in termini di esperienza interiore e comportamento. Questo ci restituisce un grande potere e tanta responsabilità in uno scenario così ambiguo e difficile da decifrare.

Nella pratica esiste un modello inglese, in prestito dalla cbt therapy, che può aiutarci in questo compito apparentemente difficile. L’acronimo è a.p.p.l.e. che in inglese vuol dire mela e sta per:

A: aknowledge, che significa incertezza, saper osservare i temi di incertezza così come arrivano, senza combatterli e senza farsi investire. Questo tipo di osservazione è molto simile alla meditazione nella mindfullness. Saper riconoscere i pensieri e notarli quando arrivano ed osservarli nella forma in cui si presentano è strettamente importane, più che combatterli, affrontarli o cercare di evitarli.

P: Pause che significa pausa, non reagire normalmente come reagiresti, soprattutto non reagire a tutto.  Essere in mezzo ad una tempesta emotiva ci intrappola nella testa e ci aggancia, in questi casi la cosa migliore e prendere distanza per osservare meglio, immaginate di essere un veliero in mezzo alla tempesta, combattere le onde è una catastrofe annunciata, gettate l’ancora e ammainate le vele, aspettate che passi. I pensieri e le emozioni sono eventi mentali, quindi transitori e finiti, imparate ad osservare il loro corso senza combatterli, esistono solo nella vostra testa.

Pull back: Tirar dietro.  Saper riconoscere la vostra parte vulnerabile e riconoscere che appunto è proprio una parte di voi, non la vostra totalità. Noi esseri umani siamo dotati di meta cognizione che è una funzione neocorticale evoluta  grazie alla quale riusciamo a riflettere sulla maniera e sul modo in cui sentiamo e proviamo le cose e su come le provano gli altri. Significa che siamo in grado di riconoscere il tema dell’incertezza e la paura che necessità chiarimento. Quel chiarimento ad ogni costo non è necessario e nemmeno utile, imparate a considerare i pensieri per quello che sono, eventi mentali non fatti ne affermazioni oggettive.

Let go: Lasciar andare i pensieri e le emozioni. Nonostante sia difficile crederci perché siamo investiti dalla loro intensità in questo periodo soprattutto, gli eventi mentali sono transitori, passano. Per questa natura effimera non è necessario  rispondere e affrontarli. Imparate ad osservarli passare come se foste sdraiati ad osservare le nuvole in una giornata ventosa o le foglie nella corrente di un ruscello.

Explore: esplorate, imparate a stare nel presente, perché nel presente vivete realmente, Ancoratevi sul vostro respiro, su ciò che avete a disposizioni con i vostri sensi, i colori, gli odori, i sapori, le sensazioni tattili, imparate ad uscire dalla testa e ad recuperare il vostro corpo. L’esperienza corporea vi insegna che i pensieri e le emozioni non sono realtà immanenti ma vivono nel vostro corpo, si muovono in esso, hanno una vita e una morte propria. Il vostro corpo invece rimane e vive nel presente.

Non lasciate che la paura e l’ansia  vi investano, non rimanete li semplicemente a subirle  facendovi investire in ipotetiche previsioni del futuro. Fino a prova contraria del futuro non sappiamo proprio nulla, meno ne sanno le nostre paure e le ansie,  cercate di stare sul presente, su ogni giornata.  Prendetevi cura  del tempo. Il tempo è l’unico bene prezioso che non ci torna mai in dietro, non sprecatelo. Per questo motivo pensate ad ogni momento libero della vostra cattività. Curate l’alimentazione ma concedetevi dei piccoli sfizi, dedicatevi alla cucina, leggete e guardate film, ascoltate musica, fate esercizio fisico. Diversificate e arricchite il vostro presente, è un’occasione unica  e rara non sprecatela. Frequentate la vostra testa ma ricordatevi che ciò che accade in testa è transitorio e non reale, dice un proverbio giapponese “ quando la testa gira troppo fai con le mani”. Non vi è richiesto di rispondere  alle  chat catastrofiste o ai gruppi sulla fine del mondo, osservate l’effetto che vi fanno e mettetevi a fare:  giardinaggio, bricolage, riordinare la casa, qualcosa che vi impegni ma senza avere in palio la salvezza del mondo o la conoscenza dei guerrieri jedi.  Nella sfiga di questi momentacci abbiamo, secondo me una possibilità: fino adesso ci siamo sbattuti per conservare, a volte senza successo, il maggior tempo possibile per poi sprecarlo in modo e cose stupide, magari andando dietro alle conseguenze dei nostri pensieri o andando dietro agli scenari delle nostre emozioni.  Ora avete una possibilità: è tempo di sentire gli amici che avete rimandato, di scrivere ai vostri cari che ogni tanto trascurate, di vedere quel film che vi fa addormentare sempre perché siete stanchi, di leggere quel libro per cui la mezz’ora prima di dormire non passa mai e così via, di fare sesso  senza pensare agli impegni del giorno dopo, di finire quel video gioco che non iniziate mai e così via… Il dolore e l’incertezza sono una parte importante della vita, non cercate di eliminarlo o negarlo, potreste impegnarvi in una guerra a costi altissimi e perdere di vista che ci sono anche altre parti importanti che meritano la vostra attenzione e la vostra cura.

Dott. Daniele Pisu

Psicologo Psicoterapeuta

Via Lunigiana, Cagliari

Cell. +39 3939336532

Bibliografia:

  • Fare ACT

Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy

di Russel Harris

Franco Angeli Editore

  • Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà

di Jean Baudrillard

Raffaello Cortina Editore

  • Io sono leggenda

di Richard Mathesan

Fanucci Editore

  • Cognitive Behavioral Therapy for PTSD, second edition: a case formulation approach (English edition)
4X5 orig

I CRUNCH SONO STUPIDI

stuart-mcgill-instructing

Stuart McGill (il baffone nella foto) è professore all’università 

di Waterloo in Canada. Esperto in low back disorder ( in parole 

povere: mal di schiena! più facile!) ha condotto per anni studi di 

biomeccanica su colonne vertebrali in vivo e su cadavere, dimostrando 

come i più comuni esercizi di rinforzo del corsetto addominale risultino 

spesso dannosi. Tale studio non si è ovviamen te limitato a questo aspetto, 

ma ha preso in considerazione molti gesti riguardanti i movimenti di

 tutti i giorni, compresa  l’attività sportiva di golfisti, lanciatori, e altri

 atleti.

I fisioterapisti sanno bene che: movimenti costantemente ripetuti generano

nei tessuti stress che portano alla possibile nascita di eventuali danni.

I tradizionali sit ups (addominali, sempre per farla facile! e per parlare come

si mangia!) comportano una forza compressiva sulla colonna quando è in flessione 

equivalente a 3300 newton, pari a 340 kg. Tale forza agendo sul disco 

non farebbe altro che agevolare la fuoriuscita del nucleo polposo, causando 

compressione nervosa e dolore.

Al fine di minimizzare questi rischi il Dott. McGill ha ideato una serie di

esercizi che rinforzano l’intero corsetto addominale mantenendo la colonna 

in posizione neutra.

Le considerazioni del Dott. McGill sono facilmente recuperabili sul Web, per

chi volesse approfondire su amazon si possono comprare i suoi testi.

Buon addominale.

Dott. Marco Giuseppini

Via Tigellio 22 Cagliari

cell +39 3929218558

IL DOLORE MUSCOLARE POST ALLENAMENTO NON È ACIDO LATTICO!

“Ieri mi sono allenato e oggi sono pieno di dolori da acido lattico”
Ti è mai capitato di accusare dolori muscolari il giorno successivo all’allenamento? Alcuni ti avranno detto che il principale responsabile di quei dolori è l’acido lattico, FALSO!
L’acido lattico, o meglio il lattato, è prodotto durante una attività anaerobica intensa, il livello di concentrazione di acido lattico nel sangue e nei muscoli diminuisce sino a tornare a livelli normali dopo 30-60 minuti dall’esercizio.
In realtà il dolore post allenamento è da attribuirsi alla micro lesione di alcune fibre muscolari a seguito dello sforzo. Questo fenomeno è conosciuto come DOMS ( Delayed onset muscle soreness o dolore muscolare a insorgenza ritardata) si avverte un giorno o due dopo una esercitazione impegnativa e deriva prevalentemente da contrazioni eccentriche. È associato a vere e proprie micro lesioni del tessuto muscolare. Studi dimostrano la presenza di particolari enzimi dopo un intenso esercizio fisico, tali enzimi sono correlati a lesioni strutturali delle membrane muscolari. Queste lesioni scatenano una serie di eventi tra cui l’incremento del turnover delle proteine muscolari, in poche parole i tuoi muscoli ricostituiscono le fibre lesionate in numero maggiore di prima. Questa tortura è probabilmente necessaria per ottimizzare la risposta all’allenamento (gli studi sono ancora in corso). Il DOMS scompare in circa 96 ore, è un fenomeno fisiologico e necessario.
Come puoi prevenire o minimizzare questo dolore?
Inizia l’allenamento con una bassa intensità e aumentala progressivamente, quando il dolore si presenterà (specie nella fase iniziale della stagione di preparazione) l’utilizzo del ghiaccio, lo stretching e il release miofasciale, l’attività muscolare blanda ti possono aiutare.
Alimentati in maniera corretta (rivolgiti a un nutrizionista o a un dietologo, sarà in grado di suggerirti la dieta ideale per il tuo sport).
Allenati con costanza e sicuramente i tuoi dolori diminuiranno.

Dove trovarmi:
-Via Tigellio 22 Cagliari

Telefono: 392 921 85 58
Mail: dott.giuseppini@gmail.com