
Il problema degli unicorni colorati
Anche questo articolo nasce da una riflessione figlia della quarantena e del periodo di isolamento attuale. E’ un momento di distanza fisica ma di grande intimità sociale, la nostra esistenza sui social media è molto ricca e vissuta con interesse e desiderio, è una dimensione virtuale ma ha delle ripercussioni incredibili sul nostro mondo: muove emozioni, pensieri e spesso genera tutta una serie di comportamenti specifici. Questa complessità ha in se delle potenzialità e dei rischi infiniti. Non è mia intenzione tediarvi però, sulle potenzialità o sui rischi dei social media in isolamento, ma raccontarvi come mi hanno ispirato questo articolo. Un po’ di tempo fa mi sono trovato a condividere alcuni post della mia compagna che, insegnando yoga ha dovuto riorganizzarsi l’attività attraverso le classi online e il lavoro da blogger (il motivo della condivisione è un misto di stima mista ad intimidazione e ricatto familiare che tralascio) apparentemente una cosa innocua e senza ripercussioni, qualche tempo dopo ho fatto un po’ di attività social legata alla mia attività di psicoterapeuta, cosa che in genere non faccio quasi mai ma, a proposito della nostra vita virtuale, si sono ridotti i nostri spazi fisici di autonomia e sono aumentate incredibilmente le nostre dimensioni multimediali regalandoci anche la possibilità di fare molti progetti interessanti, fino a qui comunque niente di eclatante. Apparentemente sarebbero due eventi scollegati e senza molta importanza. Nei giorni successivi invece i miei profili social hanno lentamente cambiato assetto fino ad essere totalmente invasi da decine di suggerimenti sponsorizzati di maestre yoga da cameretta, personal trainers in assetto da guerra pronti a dispensare consigli di wellness dai loro garage studio, guru di meditazione da salotto e una schiera di “life-mental e supercazzole varie-coach” e altri animali fantastici e variopinte figure pronte ad emanare vibrazioni positive e saggezze orientali fra i sorrisi e i gioielli etno-chic delle loro foto profilo. E così, un po’ per noia e un po’ per curiosità mi sono sfogliato molti di questi suggerimenti, mi sono sentito a disagio, mi sono irritato e infine mi sono ricordato di Deleuze. Procediamo per gradi: Gilles Deleuze, filosofo francese erede di Foucault nello studio del Potere, scrisse molto su come il potere si sia evoluto storicamente nelle società del controllo. Il controllo in un contesto post-capitalista non si esercita più in maniera lineare, con strutture coercitive, precise e disciplinate ma è una sorta di rizoma, un reticolo destrutturato ma molto più capillare che esercita il suo dominio attraverso il dato: il dato non normalizza l’individuo come faceva il potere coercitivo dell’istituzione ma la sua forza de-personalizzante è enorme e sommersa, non esistiamo in quanto persone ma siamo profili tracciabili e cluster di informazioni. La dimensione Virtuale contribuisce poi a sviluppare e diffondere questa evoluta forma di potere. E’ un controllo invisibile che ci lascia l’illusione di essere liberi e poter scegliere liberamente come nella migliore favola consumista, il processo di individualizzazione sembra massimo, identità, valori e status sono i simboli del controllo, in realtà il mondo degli algoritmi di ricerca online nel frattempo classifica dati e informazioni, crea tendenze e movimenti e in questo clima di pandemia, anche il complottismo più bizzarro e il pensiero più contro-corrente parrebbe una maglia di questa rete impercettibile ma molto potente di controllo sociale.
Perché mi sono fatto questo vaneggio e in realtà, dopo poco, ho provato irritazione e disagio? E’ successo più o meno così, mentre leggo l’ennesimo post sull’organizzazione generativa del tempo, sulla gestione creativa dell’ansia in pandemia e sul valore del positive thinking, comincio a sentirmi profondamente in imbarazzo e provare un po’ di inadeguatezza verso l’ennesimo sorriso rubato fra smoothies bio, asana energetici e citazioni di psicologi americani, divento irritabile e mi accorgo che nel tentativo di essere originali, positivi ad ogni costo e semplici la rete è come se mi suggerisse attraverso l’organizzazione del tempo libero, quale sia il modo migliore di poter stare bene e di pensare durante la quarantena. E così comincio a provare fastidio, mi irrito e mi imbarazzo. Sono tutti segnali di ritiro, mi parte un senso di colpa potentissimo perché sono sul divano a perdere tempo e mi sento pure triste davanti a “Sonia Asanamasana” che mi dice che devo coltivare il mio respiro e scacciare i pensieri negativi, e io invece le guardo solo le minne. Ma poi ci penso un po’ su e comincio ad osservare il mio fastidio e Imbarazzo. Nei variopinti profili sponsorizzati non c’è nulla che gli si avvicini minimamente. La nostra società infatti ha un rapporto molto particolare con queste due dimensioni emotive, già averle nominate evoca temi foschi e pesanti, il fastidio declinato nelle sue forme più dolorose è negato ed edulcorato, l’imbarazzo è un’emozione co-costruita nei primi anni di età per modulare le relazioni di gruppo e insegnare il concetto di limite sociale. Al giorno d’oggi il dolore fisico e mentale non è tollerato, e’ scomodo, l’idea è di eliminarli o affrontarli come eventi negativi che ci distolgono dal nostro essere socialmente performanti. Se hai un’infiammazione articolare esiste un farmaco che può ridarti la tua condizione precedente senza troppo sbattimento e senza che tu rimanga fermo per troppo, se hai l’ansia esiste una benzodiazepina che elimina il disagio e ti permette di rivedere positivamente il tuo orizzonte senza dovertici soffermare per troppo tempo. La negazione del disagio non avviene direttamente, ma attraverso l’enfatizzazione di modelli positivi e soluzioni a buon mercato, praticabili e veloci. E se per caso ti scoppia una pandemia globale che ti incasina la percezione del tuo orizzonte di vita e rende la definizione di performante e indipendente altamente fragile? Se gli individui pensati come progetti nel futuro come diceva Heiddeger avessero invece un futuro incerto e per nulla rassicurante? Questa cosa è intollerabile e poco gestibile.
Se prendessimo per buona la suggestione di Deleuze, potremo immaginare un modello di contesti che costruisce l’idea pervasiva e poco mediabile che l’isolamento sia un’occasione unica e fantastica di produrre cose bellissime ed essere comunque felici e impegnati, in un tripudio di unicorni colorati e sorrisi impregnati di prana. Il tempo privato della pandemia deve essere riempito, abitato da pratiche salutari, da lavori illuminati e occasioni da non perdere. La dimensione del tempo della quarantena non tollera il vuoto o lo spreco. Ma c’è un bisogno profondo che sfugge alle maglie di questa rete invisibile e presente di ottimismo e che è il nostro più grande tabù: la possibilità di fermarci, la capacità di rallentare, il diritto di non produrre. Dopo due mesi di ritiro forzato ed isolamento diventa difficile pensare a come poterci riprendere i nostri spazi, immaginare come ripartire e ricostruire la normalità delle nostre relazioni. L’imperativo etico e la domanda di questi tempi non è come affrontare la quarantena, e quali strategie adottare per gestire e non farci travolgere dall’ansia, dalla rabbia e da tutte le emozioni critiche che sono strapresenti in questo periodo. Credo che la reale domanda sia come potremo immaginare e descrivere il mondo che ci aspetta la fuori, come potremo riappropriarci della normalità, ricongiungerci con i bimbi, gli anziani e i sofferenti mentali, grandi dimenticati e scomodi di questa quarantena fatta di pizze lievitate e challenge su Instagram?
Riscoprire e riabitare il non produrre, la sconfitta e la paura.
Tempo fa online girava un filmato molto carino di un Rabbino che raccontava come crescono le aragoste. Il nostro rabbino ci informava che le aragoste sono esserini flaccidi e gommosi racchiusi dentro un guscio molto duro e statico. Le aragoste quando crescono hanno bisogno di sostituire il guscio, si isolano e si nascondono dai predatori e sostituiscono il guscio vecchio con uno nuovo. Il quesito interessante era “Come fanno le aragoste a capire che devono cambiare e crescere?” la risposta è che sono guidate dall’esperienza dello stress e del dolore, sentono che sono strette e compresse nel guscio, sentono il disagio. Il disagio quindi è l’esperienza che gli permette di crescere e cambiare. Tutto questo è molto stimolante, dovremo avere molta cura e attenzione delle nostre esperienze di disagio ed imbarazzo perché sono i principi della nostra crescita. Prigogine ipotizzava che le strutture complesse ed evolute derivassero da una condizione di non equilibrio e disordine caotico come processo fondamentale, questo nei sistemi umani sembra essere molto valido, cresciamo per crisi ed eventi critici. Tuttavia, esiste uno stigma culturale per cui non li accettiamo, li rifuggiamo e tutto ciò che ci mette a contatto con la nostra vulnerabilità e la nostra umanità è considerato segno di debolezza, un tabu da scacciare con forza e negare.
Sempre tempo fa online girava un filmato di Marina Abramovich che faceva una performance al MoMa di New York nel 2010, per sei ore al giorno per sette giorni su sette l’artista è rimasta immobile su una sedia a fissare chiunque decidesse di sederle di fronte. Questo video, famoso forse per l’episodio del ricongiungimento con il marito, ha in realtà un altro aspetto molto stimolante. In un’intervista l’artista serba ha dichiarato, riferendosi a questa performance: “le persone a casa non si siedono quasi mai a guardare qualcuno negli occhi, si fa di tutto per divertire se stessi, si ha il terrore di non fare niente, si guarda la televisione, si leggono i messaggi sul cellulare, sul computer, le mail. Abbiamo invece bisogno di restare fermi, ad essere presenti, essere qui ed ora. Al MoMa, ero là, ero disponibile per tutto il tempo e la relazione era biunivoca, le persone non avevano dove scappare se non in loro stesse, questo scatena una grande quantità di emozioni (…) Alle persone piace creare la migliore immagine di se stessi e poi nascondere lo schifo, ma la mia idea è di esporre tutto, l’essere umano deve essere onesto in merito a se stesso e agli altri. E’ ok non essere perfetti, è ok che tutti abbiano problemi e che mostriamo le nostre emozioni, è ok piangere” In questo periodo di isolamento siamo messi a contatto con il nostro lato umano più vulnerabile, con le nostre paure, dovremmo imparare ad accettare e prenderci cura del nostro fallimento, se falliamo e soffriamo significa che stiamo crescendo. Le persone che non hanno contatto con la sconfitta in genere non stanno rischiando nulla e tendono a ripetersi. L’equilibrio è una condizione transitoria e momentanea. In questi giorni dove ci sforziamo di apparire ottimisti, positivi e privi di turbamento regaliamoci la possibilità di rimanere fermi e curare il nostro essere vulnerabili, prendiamoci cura del nostro dolore e riserviamoci un vuoto privo di distrazioni o esperienze fatte giusto per riempire la nostra solitudine. La solitudine è un vuoto per molti, se cominciassimo ad abitarla e a conoscerla ci accorgeremo che ogni vuoto è in realtà uno spazio, una regione quindi da inventare e immaginare. Nel prossimo articolo ci occuperemo più in dettaglio di che cosa psicologicamente significa saper accettare e quali tecniche si possono utilizzare per entrare in contatto con la nostra parte vulnerabile ma anche disperatamente viva e umana.
Dott. Daniele Pisu, Psicoterapeuta.
Cell 3939336532
Bibliografia:
- Gilles Deleuze Rizoma (1976), tr. Stefano Di Riccio, Pratiche, Parma 1977.
- Martin Heidegger Il concetto di tempo
A cura di Franco Volpi
Piccola Biblioteca Adelphi - Ilia Prigogine “le Leggi del caos” Laterza 2008
- The Dialectical Behavior Therapy Skills Workbook: Practical DBT Exercises for Learning Mindfulness, Interpersonal Effectiveness,
