Cambia fascia alla prima colazione. Il rilascio miofasciale verso una concezione di corpo vivente e interattivo.

Uno degli approcci più utilizzati in osteopatia è quello fasciale. Le tecniche osteopatiche fasciali si utilizzano per intervenire sulla fascia mettendola in equilibrio e in grado di esprimersi al meglio.

Nell’ultima decina di anni la fascia è stata sempre più studiata e compresa dal modo della medicina, arrivando a considerare questa struttura per quello che è realmente: non più un sistema passivo a supporto del sistema muscoloscheletrico, come suggeriva una vecchia concezione, ma un vero e proprio network molto più complesso di quello che si credeva una volta.

Pur non avendo raggiunto una classificazione e definizione unanime che la identifichi, l’International Fascia Research Congress la definisce come “tessuti collagenici fibrosi che sono parte di un ampio sistema di trasmissione di forza tensionale[1].

Nell’analizzare questa struttura è bene spiegare alcuni concetti di base che ci aiuteranno nel proseguo della trattazione a capire meglio di cosa si parla.

Il primo, è il concetto di Bio-tensegrità: per spiegare la fascia si usa spesso il concetto di tensegrità proprio dell’architettura. Si tratta di un modello strutturale che aiuta a capire la sua anatomia microscopica, in cui troviamo delle componenti strutturali rigide e componenti di connessione flessibili che rispondono alle forze di tensione e di compressione in maniera coordinata, un po’ come i palloni che ricoprono i palazzetti dello sport fatti di tubi e cavi d’acciaio.

La bio-tensegrità “inverte il concetto vecchio di secoli in cui lo scheletro viene considerato come l’impalcatura su cui i tessuti molli vengono appesi e lo sostituisce con un modello di tessuto fasciale integrato dove elementi compressivi flottanti (le ossa) si intrecciano all’interno degli interstizi creati dagli elementi tensionali” [2].

L’altro concetto fondamentale è la Meccanotrasduzione: essa è la capacità che la fascia ha attraverso le sue cellule di convertire gli stimoli meccanici in attività chimica, con attivazione genica e produzioni ormonali tramite complessi apparati proteici cellulari, come le integrine.

È interessante notare, che il collagene (la fascia è costituita da tessuti collagenici, ricordate?) della MEC (matrice extra cellulare) ha un’emivita di 72 anni. Questo non vuol dire che la MEC non cambi ma è probabile che si riorganizzi sfruttando le stesse proteine e molecole nel tempo [3] (Questo aspetto andrà tenuto a mente quando parleremo di trattamento e delle modificazioni che esso comporta sulla struttura). Settantadue anni sono tanti. Un tempo tale fa pensare che in effetti la fascia possa essere coinvolta nella memoria dell’organismo. Se consideriamo quest’ ultima affermazione nell’ottica dello stress cronico, possiamo immaginare che i danni attuali al nostro sistema fasciale potrebbero avere ripercussioni fra anni.

Un esempio è il Wiplash (colpo di frusta). Questo evento traumatico causa una fortissima attivazione del sistema ortosimpatico (parte del sistema nervoso autonomo) tale da poter creare disturbi all’organismo per molto tempo, configurando una condizione di stress cronico, con conseguente danno tissutale cronico che innesca un processo di attivazione cronica dei meccanismi infiammatori [4] in particolare i fibroblasti continuano a secernere citochine (sono proteine in questo caso mediatrici chimiche dell’infiammazione) infiammatorie come IL-1β, IL -2, IL-3, IL-6 [5].

Chiariti questi punti torniamo all’osteopatia: uno degli scopi del trattamento è il così detto rilascio miofasciale. Ma cos’è il rilascio miofasciale? Teoricamente il rilascio dovrebbe essere l’allentarsi di una struttura definibile dura da un punto di vista tissutale, ad esempio un trigger point o una zona di disfunzione somatica (ossia una zona in cui sono presenti le caratteristiche di alterazione del tessuto, asimmetria, restrizione di movimento e dolorabilità). In realtà la questione è molto più complessa e coinvolge moltissimi aspetti della fisiologia del paziente e del tocco dell’operatore.

Il tocco dell’operatore ha come scopo una serie di effetti sul tessuto connettivo fasciale che determinano il de-tensionamento, o rilascio appunto, del connettivo stesso. In realtà il termine “rilascio miofasciale” è ambiguo. Gli studi ci dimostrano che per alterare l’organizzazione del tessuto connettivo occorrerebbe creare delle microfratture nel collagene tali da far depositare ai fibroblasti (cellule del connettivo) nuova matrice extra cellulare (MEC) e quindi allargare la fascia, creando il de-tensionamento. Per ottenere un tale effetto servirebbero tempi lunghissimi, quantificabili anche in più di un’ora, e forze elevate anche superiori ai 100kg di pressione. Tutto questo da un punto di visa manuale risulta impossibile [6] [7].

Detto ciò, si può quindi ipotizzare che la terapia manipolativa osteopatica, più che modificare meccanicamente la fascia, sia in grado di ripristinare la funzionalità miofasciale inducendo un processo anti infiammatorio in grado di favorire la rigenerazione e la guarigione tissutale.

Alcuni studi sembrano confermare questa ipotesi mettendo in correlazione il rapporto tra manipolazione e IL-6, una citochina anti-infiammatoria quando deriva dai muscoli durante una attività fisica, ma infiammatoria se prodotta in altri tessuti come, ad esempio, quello adiposo. L’IL-6 è anche in grado di indurre l’immunità Th17 (utile in caso di malattie autoimmuni croniche) nel momento il cui interagisce con TGF-β1 6 [8].

Gli studi condotti da Egan e colleghi dimostrano che stirare la fascia in una sola direzione causa aumento di IL-6, mentre uno stiramento in tutte le direzioni ha come effetto la sua diminuzione. [9] [10]

È quindi chiaro che è importante sapere e capire quale tipo di impulso utilizzare. L’applicazione di pressioni manipolatorie non agisce solamente sulla fascia ma anche su pelle e adipe, i fenomeni fibrosi infatti riguardano tutti i tessuti confinanti.

Come detto prima la fascia è un tessuto troppo resistente per essere alterato, eppure viene modificata durante una terapia manuale, perché? Barnes ha evidenziato come la terapia possa intervenire sulla visco elasticità del tessuto connettivo attraverso pressioni lente e profonde della durata di non più di 90-120 secondi [11].

L’idea originaria di Ida Rolf (ideatrice del metodo Rolfing) secondo cui la pressione manuale genera calore che è in grado di ridurre la viscosità della MEC è la spiegazione generalmente più accettata, sappiamo che la fascia è termosensibile. [12] [13]

Questo meccanismo funziona solo con trattamenti molto lunghi e fintanto che è presente la pressione. In pratica la terapia manuale non causa una deformazione plastica permanente.

Ma quindi, questa fascia si modifica o no? Come agisce il trattamento dell’osteopata?

Per prima cosa bisogna considerare la fascia non solo come un unicum meccanico.

Uno dei meccanismi che rendono la terapia manuale valida nel trattamento di questa struttura è la stimolazione della sua capacità meccanochimica, ciò permette alla terapia di avere una azione antinfiammatoria e immunitaria.

È stato evidenziato che la terapia osteopatica può attivare fattori di crescita come il G-CSF o chemiochine quali MIP-1α (Macrophage inflammatory protein) e MCP-1 (Monocyte Chemiotactic Proteine) in persone con bisogno di stimolazione del sistema immunitario [14].

Diversi studi dimostrano che un trattamento manuale generalizzato sull’intero corpo può migliorare sia patologie allergiche come eczema topico sia asma nei bambini [15] [16] sia patologie immunologiche quali la sclerodermia negli adulti.[17]

Le spiegazioni di tali effetti probabilmente sono spiegabili con un aumento a livello immunitario di linfociti circolanti (CD4+, CD8+, CD25+, CD56+) e annessa diminuzione di tutte le maggiori citochine infiammatorie (IL-1β, IL-2, IL-4, IL-6, IL-13, TNF-α e INF-γ), [18] facendo rispondere il sistema con una “infiammazione regolata” che determina una maggiore efficienza del sistema immunitario come conseguenza.

Tecniche di drenaggio linfatico favoriscono l’incremento delle cellule immunitarie in circolazione nella linfa e la redistribuzione delle citochine e di fattori antiossidanti quali superossido-dismutasi in tutto il corpo, migliorando l’attività del sistema immunitario.

Queste tecniche in caso di infezioni (es. polmonite) diminuiscono il tempo di ospedalizzazione, l’uso di antibiotici, il rischio di crisi respiratorie, sia regolando il sistema nervoso, sia riducendo il numero di batteri presenti nel tessuto infetto. [19]

La stimolazione manuale dei recettori interstiziali provoca una modificazione del flusso sanguigno mediata dal sistema nervoso simpatico che si concretizza nel travaso di plasma alla MEC. [20]

Questo processo permette alla MEC di ridefinire la propria composizione in modo da mantenere una struttura efficiente o di ritornarvi in caso di fibrosi e di densificazione.

La maggior parte delle ricerche sulle metodiche come l’osteopatia e sulle discipline corporee evidenziano un aumento del tono vagale indicato da un aumento della variabilità del ritmo cardiaco la cui presenza è generalmente indice di rilassamento e buona salute. [21]

La stimolazione del vago con annessa diminuzione del tono simpatico permette di spiegare molti degli effetti positivi conseguenti le terapie manuali, fra cui il riequilibrio della circolazione linfatica e la riduzione dell’infiammazione (riguardo a tale argomento vedi su questo blog l’articolo “Dovresti muovere il culo dal divano!!” ecco perché chi ti dice così è profondamente antipatico ma non ha tutti i torti. Stress, infiammazione e meccanismi di regolazione in quarantena. Alcuni spunti pratici.” Del 7 Aprile).

La relazione con la manipolazione deve essere considerata rispetto a tutti i sistemi complessi che coinvolgono la fascia stessa, quali ad esempio: la capacità meccanochimica prima citata, la sua capacità anisotropica, che si manifesta nella possibilità di opporre una resistenza diversa a seconda della direzione di applicazione di uno stimolo meccanico [22] e, di grande importanza, la risposta emotiva all’interazione con l’operatore.

Quest’ultimo punto è di fondamentale importanza per l’efficacia e la buona riuscita del trattamento e dovrebbe essere cardine di ogni rapporto operatore paziente, non solo in osteopatia. Il contatto vero e proprio. La stessa parola “manipolazione implica un contatto fisico tra operatore e paziente e, probabilmente, proprio questo è correlato a una attivazione delle cortecce anteriore e posteriore del cingolo (ACC e PCC) oltre che dell’insula e del talamo. Tali zone dell’encefalo sono in relazione alla sensorialità, la motricità e la coscienza. Questa attivazione non è stata rilevata quando è stato utilizzato per il trattamento uno strumento di legno, indicando quindi la primarietà e l’importanza del contatto umano.[23]

Potrebbe essere proprio il tocco in sè a mediare il rilascio miofasciale. Nella tecnica di “srotolamento fasciale” il tocco o il lieve stiramento fasciale stimola i recettori interstiziali inducendo uno stato di rilassamento mediato dall’aumento della attività vagale, inducendo riduzione del tono muscolare, minore viscosità tissutale, vasodilatazione locale e calma mentale. [24]

Il tocco oltre a determinare un riassetto neuro-miofasciale può determinare un aumento di capacità prorpiocettive e interocettive contribuendo a migliorare la formazione dello “schema corporeo” e della “immagine corporea” del paziente. [25]

La stimolazione dei meccanocettori fasciali a bassa soglia attiva infatti la via spino-talamo-corticale, inviando segnali verso i collicoli superiori, il nucleo del tratto solitario del vago e l’insula. Questo favorisce la consapevolezza del proprio corpo, dei sentimenti viscerali, delle emozioni, in relazione all’organismo e all’ambiente esterno. [26] Tutto ciò evidenzia come i cambiamenti tissutali e le sensazioni proprio e interocettive, indotte dalla terapia manuale, siano due aspetti di una stessa fisiologia stimolata da tale pratica.  

Durante un trattamento può quindi capitare di assistere a risposte psico-emozionali a seguito di cambiamenti della percezione del proprio corpo, in particolare durante le tecniche viscerali che stimolano l’interocezione. Durante l’esecuzioni di queste tecniche viene stimolato il cosi detto “secondo cervello” localizzato nell’intestino e composto da circa 600 milioni di neuroni. [27]

L’interocezione si può stimolare ponendo attenzione a ciò che avviene nel corpo e alle sensazioni che lo attraversano durante le sedute terapeutiche. Formicolio, calore generalizzato o localizzato, spazio percepito, silenzio interiore, emozioni affioranti, queste sono alcune delle manifestazioni che possono affiorare e alla quale prestare attenzione. La coscienza del paziente non può essere estromessa durante il trattamento, anzi può essere un utile indicazione e alleato per l’osteopata che sempre più deve porre attenzione non solo all’aspetto meccanico del corpo del paziente, ma deve necessariamente considerare anche la sua componente emotiva.

Dott. Marco Giuseppini

Cell. 3929218558

Bibliografia:

[1] (Schleip et al 2012b Fascia the tensional network of the human body. Churchill Livingstone Elsevier. Edinburgh)

 [2] (Levin S, Martin D, 2012 Biotensegrity the mechanics of fascia. In: Schleip et al. Fascia the tensional network of the human body. Churchill Livingstone Elsevier. Edinburgh, pp137-142).

[3] (Sivan et al “Collagen turn over in normal and degenerate human intervertebral disc as determinated by the racemization of aspartic acid” 2008 J.Biol.Chem 283 (14) pp8796-801).

[4] (Stecco “Manipolazione fasciale: per le disfunzioni interne” 2012 Piccin, Padova)

[5] (Zein-Hammoud e Standley “Modeled osteopathic manipulative treatments: a review of their in vitro effect on fibroblast tissue preparations” 2015 JAOA, 115 (8) pp 490-502).

[6] (Threlkeld, “ The effects of manual therapy on connective tissue”. 1992 Phys. Ther. 72, pp893-902) 

[7] (Schleip “Fascial plasticity – a neurobiological explanation: Part1” 2003a J. Bodyw. Mov. Ther. 7(1) pp 11-9).

[8] (Meltzer e Standley “Modeled repetitive motion strain and indirect osteopathic manipulative techniques in regualtion of humanfibroblast proliferationand interleukine secretion” 2007 JAOA, 107 (12) pp 527-36)

[9] (Egan et al “Importance of strain direction in regulating human fibroblast proliferation and cytockine secretion: a usefull in vitro model for soft tissue injury and manual medicine treatments” ANNO J.Manipulative Physiol Ther 30, pp 584-92)

[10] (Cao et al “Dosed myofascial release in three dimensional bioengineering tendons: effects on human fibroblast hyperplasia, hypertrophy and cytokine secretion” 2013 J Manipulative Physiol Ther 36 pp513-21)

[11] (Barnes “The basic science of myofascial release: morphologic change in connective tissue” 1997 J.Bodywor. Mov. Ther 1(4)p231-8).

[12] (Day et al “Application of fascia manipulation technique in chronic shoulder pain – anatomical basis and clinical implication- “ 2009 J. Bodiw. Mov. Ther. 13 pp 128-35)

[13] (Simmonds et al “A theoretical framework for the role of fascia in manual therapy” 2012 J. Bodiw. Mov. Ther. 16 pp 83-93 )

[14] (Walkowski et al “Osteopathic manipulative therapy induces early plasma cytokine release and mobilization of population of bool dendritic cells” 2014 PLos ONE 9(3):e90132).

[15] (Field “Massage therapy for skin condition in young children “ 2005 Dermatol. Clin. 23 (4) pp 717-21)

[16] (Fattah e Hamdy “Pulmonary function of children with asthma improve following massage therapy” 2011 J. Altern. Complemen. Med 17 (11) pp 1065-8)

[17] (Ball et al “Scleroderma and related condition” in: Schleip et al (eds) 2012 a, op. cit. pp 225-32).

[18] (Rapaport et al. 2010, “A preliminary study of the effects of a single session of Swedish massage on hypothalamic-pituitary-adrenal and immune function in normal individuals” J. Altern Compl Med 16(10) pp 1079-88)

[19] (Hodge 2011 “Osteopathic lymphatic pump techniques to enhance immunity and treat pneumonia” J. Bodyw. Mov. Ther. 15 pp 13-21)

[20] ( Schleip et al 2012 b “Strain hardening of fascia: static stretching of dense fibrous connective tissue can induce a temporary stiffness increase accompanied by enhanced matrix hidration” J. Bodyw. Mov. Ther. 16 pp 94-100)

[21] (Giles et al. “Suboccipital decompression enhances heart rate variability indices of cardiac control in healthy subjects” J. Altern. Complement Med 19(2) pp92-6)

[22] (Chaundhry et al “Mathematical model of fiber orientation in anisotropic fascia layers at large displacement” 2012 J. Bodyw. Mov. Ther. 16 pp 158-64)

[23] (Sliz et al “Neural correlates of a single session massage treatment” 2012 Brain Immaging Behav 6 pp 77-87)

[24] (Minasny B. “Understanding the process of fascial unwinding” 2009 Int. J. Ther Massage Bodywork 2 (3) pp 10-7)

[25] (Serino e Haggard “ Touch and the body” 2010 Neurosci Biobehav Rev 34 pp 224-36) 

[26] (Critcheley et al. “Neural mechanism of autonomic, affective and cognitive integration” 2005 J Comp Neurol 493 pp154-66)

[27] (Michael D Gershon “Il secondo cervello” 2013 Ed Utet)

– Chiera, Barsotti, Lanaro, Bottaccioli, La Pnei e il sistema miofasciale: la struttura che connette, Ed. Edra 2017

– Chaitow, La Fascia, clinica e terapia manuale. Ed. Edi-Ermes, 2014

Perché gli unicorni colorati e gli arcobaleni ci hanno stufato: Riappropriarsi del proprio spazio vulnerabile e valorizzare le emozioni critiche in quarantena.

Il problema degli unicorni colorati

Anche questo articolo nasce da una riflessione figlia della quarantena e del periodo di isolamento attuale. E’ un momento di distanza fisica ma di grande intimità sociale, la nostra esistenza  sui social media è molto ricca e vissuta con interesse e desiderio, è una dimensione virtuale ma ha delle ripercussioni incredibili sul nostro mondo: muove emozioni, pensieri e spesso genera tutta una serie di comportamenti specifici. Questa complessità ha in se delle potenzialità e dei rischi infiniti. Non è mia intenzione tediarvi però, sulle potenzialità o sui rischi dei social media in isolamento, ma raccontarvi come mi hanno ispirato questo articolo.  Un po’ di tempo fa mi sono trovato a condividere alcuni post della mia compagna che, insegnando yoga ha dovuto riorganizzarsi l’attività attraverso le classi online e il lavoro da blogger (il motivo della condivisione è un misto di stima mista ad intimidazione e ricatto familiare che tralascio) apparentemente una cosa innocua e senza ripercussioni, qualche tempo dopo ho fatto un po’ di attività social legata alla mia attività di psicoterapeuta, cosa che in genere non faccio quasi mai ma, a proposito della nostra vita virtuale, si sono ridotti i nostri spazi fisici di autonomia  e sono aumentate incredibilmente le nostre dimensioni multimediali regalandoci anche la possibilità di fare molti progetti interessanti, fino a qui comunque niente di eclatante. Apparentemente sarebbero due eventi scollegati e senza molta importanza. Nei giorni successivi invece i miei profili social hanno lentamente cambiato assetto fino ad essere totalmente invasi da decine di suggerimenti sponsorizzati di maestre yoga da cameretta, personal trainers in assetto da guerra pronti a dispensare consigli di wellness dai loro garage studio, guru di meditazione da salotto e una schiera di “life-mental e supercazzole varie-coach” e altri animali fantastici e variopinte figure pronte ad emanare vibrazioni positive e saggezze orientali fra i sorrisi e i gioielli etno­-chic delle loro foto profilo.  E così, un po’ per noia e un po’ per curiosità mi sono sfogliato molti di questi suggerimenti, mi sono sentito a disagio, mi sono irritato e infine mi sono ricordato di Deleuze. Procediamo per gradi: Gilles Deleuze, filosofo francese erede di Foucault nello studio del Potere, scrisse molto su come il potere si sia evoluto storicamente nelle società del controllo.  Il controllo in un contesto post-capitalista non si esercita più in maniera lineare, con strutture coercitive, precise e disciplinate ma è una sorta di rizoma, un reticolo destrutturato ma molto più capillare che esercita il suo dominio attraverso il dato: il dato non normalizza l’individuo come faceva il potere coercitivo dell’istituzione ma la sua forza de-personalizzante è enorme e sommersa, non esistiamo in quanto persone ma siamo profili tracciabili e cluster di informazioni. La dimensione Virtuale contribuisce poi a sviluppare e diffondere questa evoluta forma di potere. E’ un controllo invisibile che ci lascia l’illusione di essere liberi e poter scegliere liberamente come nella migliore favola consumista, il processo di individualizzazione sembra massimo, identità, valori e status sono i simboli del controllo, in realtà il mondo degli algoritmi di ricerca online nel frattempo classifica dati e informazioni, crea tendenze e movimenti e in questo clima di pandemia, anche il complottismo più bizzarro e il pensiero più contro-corrente parrebbe una maglia di questa rete impercettibile ma molto potente di controllo sociale.

Perché mi sono fatto questo vaneggio e in realtà, dopo poco, ho provato irritazione e disagio? E’ successo più o meno  così, mentre leggo l’ennesimo post sull’organizzazione generativa del tempo, sulla gestione creativa dell’ansia in pandemia e sul valore del positive thinking, comincio a sentirmi profondamente in imbarazzo e provare un po’ di inadeguatezza verso l’ennesimo sorriso rubato fra smoothies bio, asana energetici  e citazioni di psicologi americani, divento irritabile e mi accorgo che nel tentativo di essere originali, positivi ad ogni costo e semplici la rete è come se mi suggerisse attraverso l’organizzazione del tempo libero, quale sia il modo migliore di poter stare bene e di pensare durante la quarantena. E così comincio a provare fastidio, mi irrito e mi imbarazzo. Sono tutti segnali di ritiro, mi parte un senso di colpa potentissimo perché sono sul divano a perdere tempo e mi sento pure triste davanti a “Sonia Asanamasana” che mi dice che devo coltivare il mio respiro e scacciare i pensieri negativi, e io invece le guardo solo le minne. Ma poi ci penso un po’ su e comincio ad osservare il mio fastidio e Imbarazzo. Nei variopinti profili sponsorizzati non c’è nulla che gli si avvicini minimamente. La nostra società infatti ha un rapporto molto particolare con queste due dimensioni emotive, già averle nominate evoca temi foschi e pesanti, il fastidio declinato nelle sue forme più dolorose è negato ed edulcorato, l’imbarazzo è un’emozione co-costruita nei primi anni di età per modulare le relazioni di gruppo e insegnare il concetto di limite sociale. Al giorno d’oggi il dolore fisico e mentale non è tollerato, e’ scomodo, l’idea è di eliminarli o affrontarli come eventi negativi che ci distolgono dal nostro essere socialmente performanti. Se hai un’infiammazione articolare esiste un farmaco che può ridarti la tua condizione precedente senza troppo sbattimento e senza che tu rimanga fermo per troppo, se hai l’ansia esiste una benzodiazepina che elimina il disagio e ti permette di rivedere positivamente il tuo orizzonte senza dovertici soffermare per troppo tempo. La negazione del disagio non avviene direttamente, ma attraverso l’enfatizzazione di modelli positivi e soluzioni a buon mercato, praticabili e veloci.  E se per caso ti scoppia una pandemia globale che ti incasina la percezione del tuo orizzonte di vita e rende la definizione di performante e indipendente altamente fragile? Se gli individui pensati come progetti nel futuro come diceva Heiddeger avessero invece un futuro incerto e per nulla rassicurante? Questa cosa è intollerabile e poco gestibile.

Se prendessimo per buona la suggestione di Deleuze, potremo immaginare un modello di contesti che costruisce l’idea pervasiva e poco mediabile che l’isolamento sia un’occasione unica e fantastica di produrre cose bellissime ed essere comunque felici e impegnati, in un tripudio di unicorni colorati e sorrisi impregnati di prana. Il tempo privato della pandemia deve essere riempito, abitato da pratiche salutari, da lavori illuminati e occasioni da non perdere. La dimensione del tempo della quarantena non tollera il vuoto o lo spreco. Ma c’è un bisogno profondo che sfugge alle maglie di questa rete invisibile e presente di ottimismo e che è il nostro più grande tabù: la possibilità di fermarci, la capacità di rallentare, il diritto di non produrre. Dopo due mesi di ritiro forzato ed isolamento diventa difficile pensare a come poterci riprendere i nostri spazi, immaginare come ripartire e ricostruire la normalità delle nostre relazioni.  L’imperativo etico e la domanda di questi tempi non è come affrontare la quarantena, e quali strategie adottare per gestire e non farci travolgere dall’ansia, dalla rabbia e da tutte le emozioni critiche che sono strapresenti in questo periodo. Credo che la reale domanda sia come potremo immaginare e descrivere il mondo che ci aspetta la fuori, come potremo riappropriarci della normalità, ricongiungerci con i bimbi, gli anziani e i sofferenti mentali, grandi dimenticati e scomodi di questa quarantena fatta di pizze lievitate e challenge su Instagram? 

Riscoprire e riabitare il non produrre, la sconfitta e la paura.

Tempo fa online girava un filmato molto carino di un Rabbino che raccontava come crescono le aragoste. Il nostro rabbino ci informava che le aragoste sono esserini flaccidi e gommosi racchiusi dentro un guscio molto duro e statico. Le aragoste quando crescono hanno bisogno di sostituire il guscio, si isolano e si nascondono dai predatori e sostituiscono il guscio vecchio con uno nuovo. Il quesito interessante era “Come fanno le aragoste a capire che devono cambiare e crescere?” la risposta è che sono guidate dall’esperienza dello stress e del dolore, sentono che sono strette e compresse nel guscio, sentono il disagio. Il disagio quindi è l’esperienza che gli permette di crescere e cambiare. Tutto questo è molto stimolante, dovremo avere molta cura e attenzione delle nostre esperienze di disagio ed imbarazzo perché sono i principi della nostra crescita. Prigogine ipotizzava che le strutture complesse ed evolute derivassero da una condizione di non equilibrio e disordine caotico come processo fondamentale, questo nei sistemi umani sembra essere molto valido, cresciamo per crisi ed eventi critici. Tuttavia, esiste uno stigma culturale per cui non li accettiamo, li rifuggiamo e tutto ciò che ci mette a contatto con la nostra vulnerabilità e la nostra umanità è considerato segno di debolezza, un tabu da scacciare con forza e negare.

Sempre tempo fa online girava un filmato di Marina Abramovich che faceva una performance al MoMa di New York nel 2010, per sei ore al giorno per sette giorni su sette l’artista è rimasta immobile su una sedia a fissare chiunque decidesse di sederle di fronte. Questo video, famoso forse per l’episodio del ricongiungimento con il marito, ha in realtà un altro aspetto molto stimolante. In un’intervista l’artista serba ha dichiarato, riferendosi a questa performance: “le persone a casa non si siedono quasi mai a guardare qualcuno negli occhi, si fa di tutto per divertire se stessi, si ha il terrore di non fare niente, si guarda la televisione, si leggono i messaggi sul cellulare, sul computer, le mail. Abbiamo invece bisogno di restare fermi, ad essere presenti, essere qui ed ora. Al MoMa, ero là, ero disponibile per tutto il tempo e la relazione era biunivoca, le persone non avevano dove scappare se non in loro stesse, questo scatena una grande quantità di emozioni (…) Alle persone piace creare la migliore immagine di se stessi e poi nascondere lo schifo, ma la mia idea è di esporre tutto, l’essere umano deve essere onesto in merito a se stesso e agli altri. E’ ok non essere perfetti, è ok che tutti abbiano problemi e che mostriamo le nostre emozioni, è ok piangere” In questo periodo di isolamento siamo messi a contatto con il nostro lato umano più vulnerabile, con le nostre paure, dovremmo imparare ad accettare e prenderci cura del nostro fallimento, se falliamo e soffriamo significa che stiamo crescendo. Le persone che non hanno contatto con la sconfitta in genere non stanno rischiando nulla e tendono a ripetersi. L’equilibrio è una condizione transitoria e momentanea. In questi giorni dove ci sforziamo di apparire ottimisti, positivi e privi di turbamento regaliamoci la possibilità di rimanere fermi e curare il nostro essere vulnerabili, prendiamoci cura del nostro dolore e riserviamoci un vuoto privo di distrazioni o esperienze fatte giusto per riempire la nostra solitudine. La solitudine è un vuoto per molti, se cominciassimo ad abitarla e a conoscerla ci accorgeremo che ogni vuoto è in realtà uno spazio, una regione quindi da inventare e immaginare. Nel prossimo articolo ci occuperemo più in dettaglio di che cosa psicologicamente significa saper accettare e quali tecniche si possono utilizzare per entrare in contatto con la nostra parte vulnerabile ma anche disperatamente viva e umana.

Dott. Daniele Pisu, Psicoterapeuta.

Cell 3939336532

Bibliografia:

  • Gilles Deleuze Rizoma (1976), tr. Stefano Di Riccio, Pratiche, Parma 1977.
  • Martin Heidegger Il concetto di tempo
    A cura di Franco Volpi
    Piccola Biblioteca Adelphi
  • Ilia Prigogine “le Leggi del caos” Laterza 2008
  • The Dialectical Behavior Therapy Skills Workbook: Practical DBT Exercises for Learning Mindfulness, Interpersonal Effectiveness,