DI MELE, VINCENT PRICE E QUARANTENA. Aspetti psicologici e relazionali in tempo di isolamento da covid-19.

Questo articolo nasce in un momento della “cattività” forzata e obbligatoria che la maggior parte di noi sta vivendo nell’ultimo periodo. Avendo molte ore a disposizione mi è capitato di vedere un film del 1964, “L’ultimo uomo della terra” con un Vincent Price in bianco e nero che si aggira per un quartiere Eur di Roma deserto, fatta eccezione per un gruppo di cadaveri vampiri un po’ sfigatelli che ogni tanto provano a farlo fuori, senza nemmeno tanta convinzione.  Tralasciando perché  utilizzi il mio tempo di quarantena per vedere film di questo genere in un momento come questo ( sarebbe noiosissimo) Quello che mi ha colpito e mi ha fatto riflettere è stata la dimensione della quotidianità e della noia che il povero Vincent si trova ad affrontare come ultimo rappresentante della razza umana.  In questo senso quello che colpisce di più non è che lui effettivamente è l’ultimo uomo rimasto, una “leggenda” come nel libro da cui è tratto (Io sono leggenda di Richard Matheson) e nemmeno la minaccia ansiogena dei “terribili” vampiri, piuttosto ciò che disturba e fa riflettere è come effettivamente  riesca ad affrontare le giornate in un mondo così difficile e incerto, senza perdere lucidità e buon senso… in realtà non ci riesce proprio benissimo ma questo va a vantaggio del film e non delle nostre riflessioni. Il paragone con noi d’altronde è stato inevitabile e per niente scontato, prendetevela quindi con Vincent per quello che leggerete.

Perché la quarantena e l’isolamento fisico sono difficili da affrontare:

Ci troviamo di fronte ad un’emergenza senza precedenti, la portata delle misure prese dal  Governo Italiano e l’entità della minaccia rappresentata dal rischio pandemico del COVID19  mettono a dura prova le nostre normali risorse disponibili nell’affrontare situazioni di stress e crisi. In primis,  quello che rende questa crisi molto difficile da gestire è in realtà un elemento molto comune nella nostra vita: l’incerto e l’ignoto. In circostanze normali l’incerto e l’ignoto rappresentano una variabile molto frequente nella nostra crescita, un fattore cruciale, soprattutto perché attiva un’emozione innata molto importante: la sorpresa, che ancora più spesso si evolve in un concetto più complesso, fondamentale nell’individuo: la curiosità. Ma la curiosità a seconda del contesto e da come lo percepiamo e gli diamo senso sta sul continuum di un’altra emozione altrettanto famosa ma critica: la paura.

Confrontarci con uno scenario incerto e così complesso mette a dura prova il  nostro naturale bisogno di avere le cose chiare, sotto controllo e prevedibili, e questo genera paura, molta paura.  Accettare la paura e saperci convivere è uno degli aspetti più difficili del nostro tempo. Se siete attivi sui social avrete potuto osservare diversi comportamenti reiterati che sono un po’ delle strategie implicite per far fronte proprio a questa cosa:

In effetti aver a che fare con uno sgorbietto di pochi micron, capace di diffondersi in maniera veloce e incontrollabile ed evolversi in una polmonite virale molto seria e letale, probabilmente vi porterà  a negare. La negazione è un meccanismo difensivo molto antico, lo impariamo da bimbi quando facciamo l’esperienza di vissuti dolorosi che spostiamo o ignoriamo e magicamente spariscono. Per alcuni quindi è una semplice influenza mascherata da epidemia, un bluff esagerato dalla stampa per chissà quali sordidi fini. E siccome la paura ci mette davvero poco a trasformarsi in ansia ed essere quindi una preoccupazione angosciosa e senza un reale oggetto (o meglio con un oggetto davvero microscopico) un’altra emozione base con cui fronteggiamo l’ignoto è la rabbia. La rabbia tende all’azione e a essere espressa immediatamente, molto più permessa anche se poco riconosciuta in realtà dell’angoscia. In termini di senso è più facile arrabbiarci quindi con il misterioso podista untore o con il passeggiatore egoista e senza scrupoli (passando per cospirazioni militari, laboratori segretissimi, speculazioni economiche segrete o lobby di genitori con bimbi anarchici) che accettare che di fronte a certi eventi siamo vulnerabili e insicuri, perché siamo umani e mortali.

Accanto al doverci confrontare con un ignoto inaccessibile e poco governabile il secondo punto che rende difficile questo momento è la sicurezza. La sicurezza intesa come stabilità del Se: l’isolamento ha  messo a dura prova il nostra naturale bisogno di avere contatto e relazioni con gli altri esseri umani. Le relazioni umane sono fatte di contatto, di tempo, di spazi condivisi, soprattutto quelle significative e positive, sono la base per la costruzione della nostra sicurezza, intesa proprio come sicurezza del  Se, ne segue che in questo periodo è proprio la sicurezza ad essere messa in crisi.  In mancanza di un vaccino e di terapie efficaci l’unica misura preventiva sembra essere il distacco, l’isolamento e la negazione del contatto fisico. Siamo di fronte ad un problema nuovo e complesso, e come tale ha numerosi aspetti da considerare e in evoluzione.  Qualcuno parla di isolamento fisico ma intimità sociale, nel senso che la dimensione virtuale ci connette attraverso i social e le app ad un numero grandissimo di persone, questo cambia le regole relazionali e sociali ma ne parleremo più avanti. Il nostro Vincent nel 1964 doveva accontentarsi solo di un po’ di vinili per sentire le voci e le parole dei suoi affetti.

Ansia Paura e Rabbia ai tempi del Corona virus:

In questo periodo veniamo investiti spesso da emozioni considerate normalmente critiche quali  paura, rabbia e ansia. Iniziamo con il fatto che   sono emozioni perfettamente umane non sono negative come un certo stigma culturale delle volte tende a passare, al massimo possono avere degli aspetti critici ma  fanno parte della nostra vita, il problema è il rapporto che abbiamo con esse, soprattutto quando in un momento di crisi le sperimentiamo in maniera così improvvisa e intensa.  Il problema dell’emergenza coronavirus è che ci mette a contatto con la nostra parte vulnerabile che difficilmente siamo in grado di accettare, questo attiva una serie di strategie per evitare tutte le esperienze mentali e fisiche ad essa collegate. Ogni tentativo di controllare, evitare o gestire queste attivazioni aumenta l’intensità appunto dei nostri vissuti di ansia, paura e rabbia.  In pratica è come se organizzassimo, soprattutto in maniera implicita, la nostra vita sulle nostre paure, inutile dire che  per ovvie ragioni in questo periodo siamo portati ,spesso, a fare esattamente così.  Un po’ come il nostro Vincent Price del film che a furia di girare per queste strade deserte e questi spazi abbandonati  finiva per pensare e sentirsi troppo, un po’  come capita a noi in isolamento. Rimaniamo prigionieri della nostra testa, perdiamo il contatto con il presente. C’è una metafora interessante che si usa in terapia per far capire questa cosa ad un paziente (Harris 2009) Immaginate di avere un foglio di carta davanti agli occhi, appiccicato. Se vi chiedessi di descrivermi il mondo davanti a voi ci riuscireste? Se vi chiedessi di guidare la macchina e andare al mare ad esempio, lo potreste fare? Non credo… Quel foglio è la vostra paura, quante cose vi perdete intrappolati e fusi con la vostra paura, il vostro orizzonte è il foglio appiccicato in faccia. Immaginiamo che questa esperienza vi disturbi quindi investiate parecchio per eliminare il foglio, mettiamo che io ve lo blocchi con la mano a pochi decimetri di distanza e vi chiedessi di appoggiare la mano sulla mia, dall’altra parte del foglio facendo una pressione uguale e contraria alla mia, quasi da tenere il foglio lontano, sospeso tra le due mani, riuscireste ad andare a cena con il vostro partner o con un amico in questa condizione? Molto improbabile, quanto pensate di resistere con la mano che spinge sul foglio prima che il vostro braccio ceda, veramente molto poco. Questa cosa che state facendo sono i vostri sforzi per evitare la paura, magari vi arrabbiate, evitate o sacrificate un gran numero di risorse per evitare l’esperienza della paura, con scarsi risultati. Ma se io prendessi il foglio lo piegassi e ve lo consegnassi da mettere ad esempio sulle ginocchia: a questo punto, di quante cose potreste riappropriarvi, quanto potreste osservare e agire senza pensare al foglio. Che cosa avete fatto? Avete accettato la vostra paura senza negarla o combatterla, avete accettato che esiste e ve ne siete presi carico senza subirla. In questo senso siete usciti dalla testa per tornare sul presente e sulle cose che sono importanti per voi.  Riprenderci il presente e la quotidianità ed uscire dalla gabbia della mente in questo periodo è fondamentale. Devo dire che noi siamo più fortunati del nostro Vincent Price,  che era rimasto appunto, l’ultimo uomo sulla terra.

Isolamento fisico e intimità sociale. La dimensione virtuale nell’isolamento da Covid-19

Come dicevamo prima siamo una società complessa dove la dimensione virtuale crea legami e reti più o meno istantanee e veloci, ed è in grado di creare senso e significato anche senza nessun dato di realtà, questo ha un potenziale infinito e anche molte responsabilità in un periodo come questo. Sebbene esistano numerose ricerche che stabiliscono correlazioni tra utilizzo di social media e dimensioni di disagio e psicopatologia, queste ricerche non sono sufficienti a condannare e utilizzare un giudizio morale sul fenomeno. La virtualità che ci circonda non è ne un bene ne un male, dipende sempre dal fruitore e dalle modalità con cui se ne serve.  In questo clima di separazione  internet  e i social ad esempio possono essere dei mezzi importanti per non sentirci isolati e soli e coltivare le nostre relazioni importanti che non potremo ne vedere ne sentire in maniera ottimale se ci trovassimo  in un altro momento storico con la stessa emergenza. D’altra parte delegare la creazione del nostro senso critico alla dimensione virtuale necessita di molto buon senso e di alcune regole importanti: l’analisi delle fonti in primis, la possibilità di verificare su più media le informazioni e la capacità di defondersi cognitivamente ed emotivamente dalle news e contenuti più attivanti. Insomma in parole povere praticare  un po di sano distacco e silenzio dalla dimensione virtuale può essere utile di questi tempi a creare spazio mentale e distanza critica, che al giorno d’oggi sono la base per costruire un po’ di buon senso. Come diceva il Filosofo francese Baudrillard parlando della Televisione,  il modo per sopravvivere e ritrovare noi stessi è semplicemente spegnerla di tanto in tanto e tornare a vedere le stelle.

Quarantena mele e serenità nel presente.

Il problema della quotidianità e di come affrontare le giornate è forse uno dei nodi più importanti per mantenere un livello di disagio accettabile e magari produrre qualcosa di utile e generativo da questa esperienza di quarantena. Una delle cose più difficili e fallimentari che possiamo fare in queste situazioni è cercare di controllare e avere ragione di fattori che obiettivamente sono fuori dal nostro controllo, ne derivano ansia, frustrazione e rabbia. Possiamo però controllare ciò che ci riguarda in termini di esperienza interiore e comportamento. Questo ci restituisce un grande potere e tanta responsabilità in uno scenario così ambiguo e difficile da decifrare.

Nella pratica esiste un modello inglese, in prestito dalla cbt therapy, che può aiutarci in questo compito apparentemente difficile. L’acronimo è a.p.p.l.e. che in inglese vuol dire mela e sta per:

A: aknowledge, che significa incertezza, saper osservare i temi di incertezza così come arrivano, senza combatterli e senza farsi investire. Questo tipo di osservazione è molto simile alla meditazione nella mindfullness. Saper riconoscere i pensieri e notarli quando arrivano ed osservarli nella forma in cui si presentano è strettamente importane, più che combatterli, affrontarli o cercare di evitarli.

P: Pause che significa pausa, non reagire normalmente come reagiresti, soprattutto non reagire a tutto.  Essere in mezzo ad una tempesta emotiva ci intrappola nella testa e ci aggancia, in questi casi la cosa migliore e prendere distanza per osservare meglio, immaginate di essere un veliero in mezzo alla tempesta, combattere le onde è una catastrofe annunciata, gettate l’ancora e ammainate le vele, aspettate che passi. I pensieri e le emozioni sono eventi mentali, quindi transitori e finiti, imparate ad osservare il loro corso senza combatterli, esistono solo nella vostra testa.

Pull back: Tirar dietro.  Saper riconoscere la vostra parte vulnerabile e riconoscere che appunto è proprio una parte di voi, non la vostra totalità. Noi esseri umani siamo dotati di meta cognizione che è una funzione neocorticale evoluta  grazie alla quale riusciamo a riflettere sulla maniera e sul modo in cui sentiamo e proviamo le cose e su come le provano gli altri. Significa che siamo in grado di riconoscere il tema dell’incertezza e la paura che necessità chiarimento. Quel chiarimento ad ogni costo non è necessario e nemmeno utile, imparate a considerare i pensieri per quello che sono, eventi mentali non fatti ne affermazioni oggettive.

Let go: Lasciar andare i pensieri e le emozioni. Nonostante sia difficile crederci perché siamo investiti dalla loro intensità in questo periodo soprattutto, gli eventi mentali sono transitori, passano. Per questa natura effimera non è necessario  rispondere e affrontarli. Imparate ad osservarli passare come se foste sdraiati ad osservare le nuvole in una giornata ventosa o le foglie nella corrente di un ruscello.

Explore: esplorate, imparate a stare nel presente, perché nel presente vivete realmente, Ancoratevi sul vostro respiro, su ciò che avete a disposizioni con i vostri sensi, i colori, gli odori, i sapori, le sensazioni tattili, imparate ad uscire dalla testa e ad recuperare il vostro corpo. L’esperienza corporea vi insegna che i pensieri e le emozioni non sono realtà immanenti ma vivono nel vostro corpo, si muovono in esso, hanno una vita e una morte propria. Il vostro corpo invece rimane e vive nel presente.

Non lasciate che la paura e l’ansia  vi investano, non rimanete li semplicemente a subirle  facendovi investire in ipotetiche previsioni del futuro. Fino a prova contraria del futuro non sappiamo proprio nulla, meno ne sanno le nostre paure e le ansie,  cercate di stare sul presente, su ogni giornata.  Prendetevi cura  del tempo. Il tempo è l’unico bene prezioso che non ci torna mai in dietro, non sprecatelo. Per questo motivo pensate ad ogni momento libero della vostra cattività. Curate l’alimentazione ma concedetevi dei piccoli sfizi, dedicatevi alla cucina, leggete e guardate film, ascoltate musica, fate esercizio fisico. Diversificate e arricchite il vostro presente, è un’occasione unica  e rara non sprecatela. Frequentate la vostra testa ma ricordatevi che ciò che accade in testa è transitorio e non reale, dice un proverbio giapponese “ quando la testa gira troppo fai con le mani”. Non vi è richiesto di rispondere  alle  chat catastrofiste o ai gruppi sulla fine del mondo, osservate l’effetto che vi fanno e mettetevi a fare:  giardinaggio, bricolage, riordinare la casa, qualcosa che vi impegni ma senza avere in palio la salvezza del mondo o la conoscenza dei guerrieri jedi.  Nella sfiga di questi momentacci abbiamo, secondo me una possibilità: fino adesso ci siamo sbattuti per conservare, a volte senza successo, il maggior tempo possibile per poi sprecarlo in modo e cose stupide, magari andando dietro alle conseguenze dei nostri pensieri o andando dietro agli scenari delle nostre emozioni.  Ora avete una possibilità: è tempo di sentire gli amici che avete rimandato, di scrivere ai vostri cari che ogni tanto trascurate, di vedere quel film che vi fa addormentare sempre perché siete stanchi, di leggere quel libro per cui la mezz’ora prima di dormire non passa mai e così via, di fare sesso  senza pensare agli impegni del giorno dopo, di finire quel video gioco che non iniziate mai e così via… Il dolore e l’incertezza sono una parte importante della vita, non cercate di eliminarlo o negarlo, potreste impegnarvi in una guerra a costi altissimi e perdere di vista che ci sono anche altre parti importanti che meritano la vostra attenzione e la vostra cura.

Dott. Daniele Pisu

Psicologo Psicoterapeuta

Via Lunigiana, Cagliari

Cell. +39 3939336532

Bibliografia:

  • Fare ACT

Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy

di Russel Harris

Franco Angeli Editore

  • Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà

di Jean Baudrillard

Raffaello Cortina Editore

  • Io sono leggenda

di Richard Mathesan

Fanucci Editore

  • Cognitive Behavioral Therapy for PTSD, second edition: a case formulation approach (English edition)
4X5 orig

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