Metti la testa a posto in quarantena! I problemi di cervicalgia in quarantena

Oggi cercherò di spiegarti perché in questo periodo, in cui hai assunto la forma del divano o hai passato 23 ore al giorno davanti a uno schermo, ti è capitato di soffrire di dolori al collo.

Prima di tutto è bene chiarire che: la cervicalgia è quella condizione, nel parlato comune indicata in maniera generica come “dolore al collo”, definibile come un disturbo muscolo scheletrico che ha una durata estremamente variabile, giorni, mesi e in alcuni casi anche anni.

Le cause possono essere di varia natura: sedentarietà, posture scorrette protratte per lungo tempo, sport di contatto, attività lavorative particolarmente sollecitanti il rachide, colpi di frusta, ernie, osteofitosi, degenerazione discale e spesso anche problematiche viscerali. Come puoi notare ci sono un sacco di cause!

La sintomatologia è quella di dolore persistente anche a riposo, sensazione di tensione muscolare e, nei casi in cui siano interessate le radici nervose, formicolio al braccio, in alcuni casi sino alla mano, perdita di forza e debolezza muscolare, vertigini e nausea.

Alcune particolari attività possono aumentare il fastidio, lo stare alla guida per lunghi tragitti, l’utilizzo del casco in moto (è comunque meglio la cervicalgia rispetto a una lesione cranica, quindi usalo!), passare molto tempo davanti al computer.

Lo stress può accentuare il problema influendo negativamente sulla rigidità dei muscoli delle spalle e del collo.

La diagnosi è medica, avviene attraverso la raccolta dei dati anamnestici e con l’ausilio di indagini strumentali quali: radiografie, risonanza magnetica, e in alcuni casi anche elettromiografia.

Come avrai potuto notare, essendo cosi tante le cause, è impensabile trattarle tutte in questa sede quindi proverò a parlarti di una delle condizioni muscolo scheletriche più comuni e probabili in questo periodo di inattività forzata: la “Upper crossed syndrome” (UCS).

la definizione di UCS viene dal lavoro fatto da Vladimir Janda nel 1987-1988 [1]. Janda descrisse pattern muscolari di debolezza e di rigidità nella parte superiore e inferiore del corpo, tipici per chi effettua lavoro “da scrivania”. Nella UCS troviamo il tipico atteggiamento: [2]

  • Testa spostata in avanti
    • Debolezza dei flessori del collo
    • Debolezza del romboide e del trapezio distale
    • Rigidità dei muscoli cervicali superiori
    • Rigidità del trapezio prossimale e dell’elevatore della scapola e dei pettorali

L’approccio alla risoluzione del problema in questo caso dovrebbe essere di due tipi: inizialmente un lavoro manuale per permettere al paziente di ritrovare benessere immediato e ribilanciare le tensioni. In seconda battuta un lavoro di esercizi volti a cambiare i pattern motori e muscolari delle strutture in disequilibrio.

Per adesso posso indicarti un semplice esercizio da fare a casa (ovviamente se mentre fai l’esercizio il dolore peggiora o compaiono altri sintomi SMETTI!): [3]

  1. Trova il punto dolente palpando col dito, solitamente lo troverai in quei muscoli accorciati.
  2. Premi il punto, potresti sentire dolore, in questa fase è normale (ovviamente non devi arrivare a maledire i miei avi, vacci piano…)
  3. Muovi il capo lentamente fino a quando il dolore si riduce
  4. Rimani nella nuova posizione di assenza o riduzione di dolore (posizione di confort) per 1 minuto
  5. Torna lentamente alla posizione neutra
  6. Eventualmente ripeti la procedura

L’osteopatia è indicatissima in casi come questo, con il suo approccio va alla ricerca della causa del problema e cerca di risolverlo, eliminato il problema sparirà con esso anche il sintomo. Attraverso l’utilizzo di manipolazioni (quando concesso dallo stato generale del paziente, NON SI PUÒ SEMPRE “SCROCCHIARE LE OSSA”!!!) tecniche viscerali, tecniche fasciali e craniali, l’osteopata capace sarà in grado di migliorare la tua condizione e farti tornare a dire “si e no con la testa” senza piangere!

Bibliografia:

  1. Dr. Vladimir Janda, “Janda’s crossed Syndromes” JandaApproach.com
  2. Steven Low and Jarlo Ilano “Overcoming poor posture” 2017 Battle Ground Creative, Huston Texas
  3. Leon Chaitow “Terapia manual dei tessuti molli”Ed. Elsevier Masson 2007

Dott. Marco Giuseppini

-Via Tigellio 22 Cagliari

Telefono: 392 921 85 58

Mail: dott.giuseppini@gmail.com

“Dovresti muovere il culo dal divano!!” ecco perché chi ti dice così è profondamente antipatico ma non ha tutti i torti. Stress, infiammazione e meccanismi di regolazione in quarantena. Alcuni spunti pratici.

In questi giorni di forzata permanenza sul divano e tra gli sportelli del frigo, due sono i nostri più probabili nemici:

lo stress e la sedentarietà.

Entrami sono in grado di agire in maniera incisiva sul nostro fisico, alterandone la sua naturale omeostasi (a noi osteopati piace tanto parlare di omeostasi) e aumentando quello che in osteopatia è definito carico allostatico. Ma cosa è questa Allostasi? È fondamentalmente, detta in parole semplici, la capacità del nostro sistema di mantenere l’equilibrio (omeostasi) in caso di variazione di situazioni ambientali, come lo stress. Il carico allostatico si manifesta quando i nostri sistemi, in particolare quello nervoso, non sono più in grado di gestire efficacemente queste variazioni che portano ad una serie di adattamenti del tessuto e che possono essere terreno fertile per un futuro disturbo.

Da un punto di vista fisiologico le reazioni di stress innescano una cascata biochimica che, in condizione di stimolazione per lunghi periodi, possono diminuire la nostra risposta immunitaria (in particolare le difese contro virus e trasformazioni maligne cellulari inibendo i Th1) e aumentare le nostre risposte infiammatorie. *1

Lo stesso aumento di peso, verosimilmente derivante anche dalla diminuzione dei nostri livelli di attività fisica, potrebbe favorire un innalzamento dei livelli di infiammazione. Ovviamente non bisogna vivere in una condizione di ascetismo alimentare ma è bene non esagerare, soprattutto se già ci troviamo in una condizione al limite*2.

Il nostro organismo fa fronte all’innalzamento dell’infiammazione attraverso diversi meccanismi. Le principali vie di regolazione interna sono il CAP (Circuito riflesso antinfiammatorio colinergico vagale) e l’asse HPA (Asse ipotalamo-ipofisi-surrene). Queste due vie lavorano insieme proprio per modulare la risposta infiammatoria *5. Il CAP è appunto un riflesso che si esplica grazie alla presenza del decimo nervo cranico o Nervo Vago. Questo nervo è la principale via di regolazione parasimpatica e collega il cervello anche a grossi organi quali polmoni, cuore, fegato, cistifellea, stomaco, pancreas e intestino, e non solo. Diciamo che è parecchio lungo (non a caso il suo nome deriva dal latino vagus: vagabondo) e ha un sacco di lavoro da fare! La sua connessione col cervello avviene attraverso due vie: una afferente (dalla periferia al cervello), che coinvolge circa l’80% delle sue fibre, l’altra efferente (dal cervello alla periferia), per il restante 20 % circa delle fibre *6. La via afferente percepisce ciò che succede in periferia nel nostro corpo, registrando i livelli di citochine infiammatorie rilasciate in una determinata zona (le citochine sono molecole proteiche mediatori chimici dell’infiammazione) e informa il cervello. L’informazione registrata a livello centrale mette in atto una serie di risposte necessarie a ridurre tale infiammazione, tra cui l’attivazione dell’asse dello stress e del sistema nervoso ortosimpatico HPA *7.

Detto ciò possiamo quindi considerare il vago come la principale via di regolazione parasimpatica, essa però espleta la sua attività antinfiammatoria lavorando sinergicamente col sistema nervoso ortosimpatico. L’azione viene quindi svolta dai due sistemi insieme *8.

Tornando al nocciolo della questione: è stato dimostrato che lo stress cronico riduce l’attività antinfiammatoria vagale. È interessante notare che i nuclei vagali durante la regolazione dell’infiammazione collaborano con i centri superiori come la corteccia prefrontale e l’amigdala. Queste due strutture sono implicate nella pianificazione dei comportamenti complessi cognitivi e, nel caso dell’amigdala, si trova una importante area emozionale strettamente connessa al nucleo ambiguo da cui nasce il vago cardiaco *9, questo a conferma del fatto che non possiamo separare le emozioni dal nostro corpo, le une influiscono sull’altro e vice versa.

  immagine neuroscienze.net

Fatte queste semplici e sicuramente incomplete premesse, come possiamo agire su questo sistema evitando quindi questi spiacevoli effetti dello Stress e dell’infiammazione in un periodo di reclusione come questo?

Una delle cose da fare può essere ricercare la modulazione del nostro network attraverso semplici esercizi quotidiani. È stato più volte dimostrato che tecniche meditative, una alimentazione corretta, e regolare attività fisica sono in grado di stimolare il nostro sistema nervoso autonomo nel senso del mantenimento omeostatico.

Dedicate una oretta al giorno a voi stessi eseguendo una routine composta da:

esercizi aerobici come salto della fune, plank mountain climber con elevata frequenza, jumping jack.

Non dimenticate mai di lavorare con esercizi fondamentali per il rinforzo e il mantenimento del tono trofismo muscolare come piegamenti sulle braccia, addominali e squat.

Aggiungete poi lavori di de-tensione muscolare e fasciale come lo yoga o in alternativa lo stretching.

È molto utile lavorare sugli esercizi di respirazione effettuando profonde e lente respirazioni diaframmatiche e toraciche sempre stando in posizione supina. Rimanete a occhi chiusi e effettuate 35 profondi respiri.

Infine una cosa molto interessante è l’attivazione del sistema vagale attraverso l’esposizione controllata al freddo. Una doccia fredda di 30 secondi o un panno freddo sul viso per la stessa durata di tempo sono in grado di attivare i neuroni colinergici che attraversano questa innervazione dandoci una piacevole sensazione di distensione e rilassamento *3.

Alla fine di tutto questo non dimenticatevi di fare spesso l’amore, il coito innalza i livelli di prolattina in corpo, un ormone ipofisiario con potenti effetti antiinfiammatori e rilassanti *4.

Se lo dice la scienza….

Dott. Marco Giuseppini

Osteopata e Fisioterapista

Via Tigellio 22 Cagliari

Cell. +39 3929218558

Bibliografia:

*1  Endocrinology of the stress response, E. Charmandary, Annual review of Phisyology 2005; 67:259-84

*2 Il numero di Gennaio 2001 della rivista “Pediatrics” un gruppo guidato dall’olandese Marjolein Visser ha messo in evidenza la correlazione misurando i livelli di PCR nel sangue di ragazzi e ragazze tra gli 8 e i 16 anni di età, mettendo in evidenza come la PCR sia elevata quando i chili sono troppi.

Low grade systemic inflamation in over weight children, Pediatrics, 2001; 107, n 1

*3 Makinen et all. Autonomic nervous function during whole body cold exposure before and after acclimatation. 2008 Aviat Space Environ Med; 79(9): 875-882

*4 S.S.C. Yen, R.B. Jaffe, La prolattina nella riproduzione umana, Endocrinologia della riproduzione, Verducci Roma 19

*5 McAllen et al. The interface between cholinergic pathways and the immune system and its relevance to arthritis” 2015, Arthritis Res Ther, pag 17-87

*6 Kenney, Gante “Autonomic nervous system and immune system interaction” 2014 Compr Physiol 4(3):1177-200

*7 Egea “Anti-infalmmatory role of microglial alpha 7 nAChRs and its role in neuroprotection” 2015, Biochem Pharmacol 97: 463-72

Elenkov et al. “The sympathetic nerve an integrative interface between two supersystem: the brain an the immune system” Pharmacol Rev, 52:595-638

*8  McAllen et al. The interface between cholinergic pathways and the immune system and its relevance to arthritis” 2015, Arthritis Res Ther, pag 17-87

*9 Tonhajzerova et al. “Vagal funcion indexed by respiratory sinus arrythmia and cholinergic anti-inflammatory pathway” 2013, Resp Physiol Neurobiol, 187 :78-81

Ieri uno dei nostri ragazzi al Tg2.

DI MELE, VINCENT PRICE E QUARANTENA. Aspetti psicologici e relazionali in tempo di isolamento da covid-19.

Questo articolo nasce in un momento della “cattività” forzata e obbligatoria che la maggior parte di noi sta vivendo nell’ultimo periodo. Avendo molte ore a disposizione mi è capitato di vedere un film del 1964, “L’ultimo uomo della terra” con un Vincent Price in bianco e nero che si aggira per un quartiere Eur di Roma deserto, fatta eccezione per un gruppo di cadaveri vampiri un po’ sfigatelli che ogni tanto provano a farlo fuori, senza nemmeno tanta convinzione.  Tralasciando perché  utilizzi il mio tempo di quarantena per vedere film di questo genere in un momento come questo ( sarebbe noiosissimo) Quello che mi ha colpito e mi ha fatto riflettere è stata la dimensione della quotidianità e della noia che il povero Vincent si trova ad affrontare come ultimo rappresentante della razza umana.  In questo senso quello che colpisce di più non è che lui effettivamente è l’ultimo uomo rimasto, una “leggenda” come nel libro da cui è tratto (Io sono leggenda di Richard Matheson) e nemmeno la minaccia ansiogena dei “terribili” vampiri, piuttosto ciò che disturba e fa riflettere è come effettivamente  riesca ad affrontare le giornate in un mondo così difficile e incerto, senza perdere lucidità e buon senso… in realtà non ci riesce proprio benissimo ma questo va a vantaggio del film e non delle nostre riflessioni. Il paragone con noi d’altronde è stato inevitabile e per niente scontato, prendetevela quindi con Vincent per quello che leggerete.

Perché la quarantena e l’isolamento fisico sono difficili da affrontare:

Ci troviamo di fronte ad un’emergenza senza precedenti, la portata delle misure prese dal  Governo Italiano e l’entità della minaccia rappresentata dal rischio pandemico del COVID19  mettono a dura prova le nostre normali risorse disponibili nell’affrontare situazioni di stress e crisi. In primis,  quello che rende questa crisi molto difficile da gestire è in realtà un elemento molto comune nella nostra vita: l’incerto e l’ignoto. In circostanze normali l’incerto e l’ignoto rappresentano una variabile molto frequente nella nostra crescita, un fattore cruciale, soprattutto perché attiva un’emozione innata molto importante: la sorpresa, che ancora più spesso si evolve in un concetto più complesso, fondamentale nell’individuo: la curiosità. Ma la curiosità a seconda del contesto e da come lo percepiamo e gli diamo senso sta sul continuum di un’altra emozione altrettanto famosa ma critica: la paura.

Confrontarci con uno scenario incerto e così complesso mette a dura prova il  nostro naturale bisogno di avere le cose chiare, sotto controllo e prevedibili, e questo genera paura, molta paura.  Accettare la paura e saperci convivere è uno degli aspetti più difficili del nostro tempo. Se siete attivi sui social avrete potuto osservare diversi comportamenti reiterati che sono un po’ delle strategie implicite per far fronte proprio a questa cosa:

In effetti aver a che fare con uno sgorbietto di pochi micron, capace di diffondersi in maniera veloce e incontrollabile ed evolversi in una polmonite virale molto seria e letale, probabilmente vi porterà  a negare. La negazione è un meccanismo difensivo molto antico, lo impariamo da bimbi quando facciamo l’esperienza di vissuti dolorosi che spostiamo o ignoriamo e magicamente spariscono. Per alcuni quindi è una semplice influenza mascherata da epidemia, un bluff esagerato dalla stampa per chissà quali sordidi fini. E siccome la paura ci mette davvero poco a trasformarsi in ansia ed essere quindi una preoccupazione angosciosa e senza un reale oggetto (o meglio con un oggetto davvero microscopico) un’altra emozione base con cui fronteggiamo l’ignoto è la rabbia. La rabbia tende all’azione e a essere espressa immediatamente, molto più permessa anche se poco riconosciuta in realtà dell’angoscia. In termini di senso è più facile arrabbiarci quindi con il misterioso podista untore o con il passeggiatore egoista e senza scrupoli (passando per cospirazioni militari, laboratori segretissimi, speculazioni economiche segrete o lobby di genitori con bimbi anarchici) che accettare che di fronte a certi eventi siamo vulnerabili e insicuri, perché siamo umani e mortali.

Accanto al doverci confrontare con un ignoto inaccessibile e poco governabile il secondo punto che rende difficile questo momento è la sicurezza. La sicurezza intesa come stabilità del Se: l’isolamento ha  messo a dura prova il nostra naturale bisogno di avere contatto e relazioni con gli altri esseri umani. Le relazioni umane sono fatte di contatto, di tempo, di spazi condivisi, soprattutto quelle significative e positive, sono la base per la costruzione della nostra sicurezza, intesa proprio come sicurezza del  Se, ne segue che in questo periodo è proprio la sicurezza ad essere messa in crisi.  In mancanza di un vaccino e di terapie efficaci l’unica misura preventiva sembra essere il distacco, l’isolamento e la negazione del contatto fisico. Siamo di fronte ad un problema nuovo e complesso, e come tale ha numerosi aspetti da considerare e in evoluzione.  Qualcuno parla di isolamento fisico ma intimità sociale, nel senso che la dimensione virtuale ci connette attraverso i social e le app ad un numero grandissimo di persone, questo cambia le regole relazionali e sociali ma ne parleremo più avanti. Il nostro Vincent nel 1964 doveva accontentarsi solo di un po’ di vinili per sentire le voci e le parole dei suoi affetti.

Ansia Paura e Rabbia ai tempi del Corona virus:

In questo periodo veniamo investiti spesso da emozioni considerate normalmente critiche quali  paura, rabbia e ansia. Iniziamo con il fatto che   sono emozioni perfettamente umane non sono negative come un certo stigma culturale delle volte tende a passare, al massimo possono avere degli aspetti critici ma  fanno parte della nostra vita, il problema è il rapporto che abbiamo con esse, soprattutto quando in un momento di crisi le sperimentiamo in maniera così improvvisa e intensa.  Il problema dell’emergenza coronavirus è che ci mette a contatto con la nostra parte vulnerabile che difficilmente siamo in grado di accettare, questo attiva una serie di strategie per evitare tutte le esperienze mentali e fisiche ad essa collegate. Ogni tentativo di controllare, evitare o gestire queste attivazioni aumenta l’intensità appunto dei nostri vissuti di ansia, paura e rabbia.  In pratica è come se organizzassimo, soprattutto in maniera implicita, la nostra vita sulle nostre paure, inutile dire che  per ovvie ragioni in questo periodo siamo portati ,spesso, a fare esattamente così.  Un po’ come il nostro Vincent Price del film che a furia di girare per queste strade deserte e questi spazi abbandonati  finiva per pensare e sentirsi troppo, un po’  come capita a noi in isolamento. Rimaniamo prigionieri della nostra testa, perdiamo il contatto con il presente. C’è una metafora interessante che si usa in terapia per far capire questa cosa ad un paziente (Harris 2009) Immaginate di avere un foglio di carta davanti agli occhi, appiccicato. Se vi chiedessi di descrivermi il mondo davanti a voi ci riuscireste? Se vi chiedessi di guidare la macchina e andare al mare ad esempio, lo potreste fare? Non credo… Quel foglio è la vostra paura, quante cose vi perdete intrappolati e fusi con la vostra paura, il vostro orizzonte è il foglio appiccicato in faccia. Immaginiamo che questa esperienza vi disturbi quindi investiate parecchio per eliminare il foglio, mettiamo che io ve lo blocchi con la mano a pochi decimetri di distanza e vi chiedessi di appoggiare la mano sulla mia, dall’altra parte del foglio facendo una pressione uguale e contraria alla mia, quasi da tenere il foglio lontano, sospeso tra le due mani, riuscireste ad andare a cena con il vostro partner o con un amico in questa condizione? Molto improbabile, quanto pensate di resistere con la mano che spinge sul foglio prima che il vostro braccio ceda, veramente molto poco. Questa cosa che state facendo sono i vostri sforzi per evitare la paura, magari vi arrabbiate, evitate o sacrificate un gran numero di risorse per evitare l’esperienza della paura, con scarsi risultati. Ma se io prendessi il foglio lo piegassi e ve lo consegnassi da mettere ad esempio sulle ginocchia: a questo punto, di quante cose potreste riappropriarvi, quanto potreste osservare e agire senza pensare al foglio. Che cosa avete fatto? Avete accettato la vostra paura senza negarla o combatterla, avete accettato che esiste e ve ne siete presi carico senza subirla. In questo senso siete usciti dalla testa per tornare sul presente e sulle cose che sono importanti per voi.  Riprenderci il presente e la quotidianità ed uscire dalla gabbia della mente in questo periodo è fondamentale. Devo dire che noi siamo più fortunati del nostro Vincent Price,  che era rimasto appunto, l’ultimo uomo sulla terra.

Isolamento fisico e intimità sociale. La dimensione virtuale nell’isolamento da Covid-19

Come dicevamo prima siamo una società complessa dove la dimensione virtuale crea legami e reti più o meno istantanee e veloci, ed è in grado di creare senso e significato anche senza nessun dato di realtà, questo ha un potenziale infinito e anche molte responsabilità in un periodo come questo. Sebbene esistano numerose ricerche che stabiliscono correlazioni tra utilizzo di social media e dimensioni di disagio e psicopatologia, queste ricerche non sono sufficienti a condannare e utilizzare un giudizio morale sul fenomeno. La virtualità che ci circonda non è ne un bene ne un male, dipende sempre dal fruitore e dalle modalità con cui se ne serve.  In questo clima di separazione  internet  e i social ad esempio possono essere dei mezzi importanti per non sentirci isolati e soli e coltivare le nostre relazioni importanti che non potremo ne vedere ne sentire in maniera ottimale se ci trovassimo  in un altro momento storico con la stessa emergenza. D’altra parte delegare la creazione del nostro senso critico alla dimensione virtuale necessita di molto buon senso e di alcune regole importanti: l’analisi delle fonti in primis, la possibilità di verificare su più media le informazioni e la capacità di defondersi cognitivamente ed emotivamente dalle news e contenuti più attivanti. Insomma in parole povere praticare  un po di sano distacco e silenzio dalla dimensione virtuale può essere utile di questi tempi a creare spazio mentale e distanza critica, che al giorno d’oggi sono la base per costruire un po’ di buon senso. Come diceva il Filosofo francese Baudrillard parlando della Televisione,  il modo per sopravvivere e ritrovare noi stessi è semplicemente spegnerla di tanto in tanto e tornare a vedere le stelle.

Quarantena mele e serenità nel presente.

Il problema della quotidianità e di come affrontare le giornate è forse uno dei nodi più importanti per mantenere un livello di disagio accettabile e magari produrre qualcosa di utile e generativo da questa esperienza di quarantena. Una delle cose più difficili e fallimentari che possiamo fare in queste situazioni è cercare di controllare e avere ragione di fattori che obiettivamente sono fuori dal nostro controllo, ne derivano ansia, frustrazione e rabbia. Possiamo però controllare ciò che ci riguarda in termini di esperienza interiore e comportamento. Questo ci restituisce un grande potere e tanta responsabilità in uno scenario così ambiguo e difficile da decifrare.

Nella pratica esiste un modello inglese, in prestito dalla cbt therapy, che può aiutarci in questo compito apparentemente difficile. L’acronimo è a.p.p.l.e. che in inglese vuol dire mela e sta per:

A: aknowledge, che significa incertezza, saper osservare i temi di incertezza così come arrivano, senza combatterli e senza farsi investire. Questo tipo di osservazione è molto simile alla meditazione nella mindfullness. Saper riconoscere i pensieri e notarli quando arrivano ed osservarli nella forma in cui si presentano è strettamente importane, più che combatterli, affrontarli o cercare di evitarli.

P: Pause che significa pausa, non reagire normalmente come reagiresti, soprattutto non reagire a tutto.  Essere in mezzo ad una tempesta emotiva ci intrappola nella testa e ci aggancia, in questi casi la cosa migliore e prendere distanza per osservare meglio, immaginate di essere un veliero in mezzo alla tempesta, combattere le onde è una catastrofe annunciata, gettate l’ancora e ammainate le vele, aspettate che passi. I pensieri e le emozioni sono eventi mentali, quindi transitori e finiti, imparate ad osservare il loro corso senza combatterli, esistono solo nella vostra testa.

Pull back: Tirar dietro.  Saper riconoscere la vostra parte vulnerabile e riconoscere che appunto è proprio una parte di voi, non la vostra totalità. Noi esseri umani siamo dotati di meta cognizione che è una funzione neocorticale evoluta  grazie alla quale riusciamo a riflettere sulla maniera e sul modo in cui sentiamo e proviamo le cose e su come le provano gli altri. Significa che siamo in grado di riconoscere il tema dell’incertezza e la paura che necessità chiarimento. Quel chiarimento ad ogni costo non è necessario e nemmeno utile, imparate a considerare i pensieri per quello che sono, eventi mentali non fatti ne affermazioni oggettive.

Let go: Lasciar andare i pensieri e le emozioni. Nonostante sia difficile crederci perché siamo investiti dalla loro intensità in questo periodo soprattutto, gli eventi mentali sono transitori, passano. Per questa natura effimera non è necessario  rispondere e affrontarli. Imparate ad osservarli passare come se foste sdraiati ad osservare le nuvole in una giornata ventosa o le foglie nella corrente di un ruscello.

Explore: esplorate, imparate a stare nel presente, perché nel presente vivete realmente, Ancoratevi sul vostro respiro, su ciò che avete a disposizioni con i vostri sensi, i colori, gli odori, i sapori, le sensazioni tattili, imparate ad uscire dalla testa e ad recuperare il vostro corpo. L’esperienza corporea vi insegna che i pensieri e le emozioni non sono realtà immanenti ma vivono nel vostro corpo, si muovono in esso, hanno una vita e una morte propria. Il vostro corpo invece rimane e vive nel presente.

Non lasciate che la paura e l’ansia  vi investano, non rimanete li semplicemente a subirle  facendovi investire in ipotetiche previsioni del futuro. Fino a prova contraria del futuro non sappiamo proprio nulla, meno ne sanno le nostre paure e le ansie,  cercate di stare sul presente, su ogni giornata.  Prendetevi cura  del tempo. Il tempo è l’unico bene prezioso che non ci torna mai in dietro, non sprecatelo. Per questo motivo pensate ad ogni momento libero della vostra cattività. Curate l’alimentazione ma concedetevi dei piccoli sfizi, dedicatevi alla cucina, leggete e guardate film, ascoltate musica, fate esercizio fisico. Diversificate e arricchite il vostro presente, è un’occasione unica  e rara non sprecatela. Frequentate la vostra testa ma ricordatevi che ciò che accade in testa è transitorio e non reale, dice un proverbio giapponese “ quando la testa gira troppo fai con le mani”. Non vi è richiesto di rispondere  alle  chat catastrofiste o ai gruppi sulla fine del mondo, osservate l’effetto che vi fanno e mettetevi a fare:  giardinaggio, bricolage, riordinare la casa, qualcosa che vi impegni ma senza avere in palio la salvezza del mondo o la conoscenza dei guerrieri jedi.  Nella sfiga di questi momentacci abbiamo, secondo me una possibilità: fino adesso ci siamo sbattuti per conservare, a volte senza successo, il maggior tempo possibile per poi sprecarlo in modo e cose stupide, magari andando dietro alle conseguenze dei nostri pensieri o andando dietro agli scenari delle nostre emozioni.  Ora avete una possibilità: è tempo di sentire gli amici che avete rimandato, di scrivere ai vostri cari che ogni tanto trascurate, di vedere quel film che vi fa addormentare sempre perché siete stanchi, di leggere quel libro per cui la mezz’ora prima di dormire non passa mai e così via, di fare sesso  senza pensare agli impegni del giorno dopo, di finire quel video gioco che non iniziate mai e così via… Il dolore e l’incertezza sono una parte importante della vita, non cercate di eliminarlo o negarlo, potreste impegnarvi in una guerra a costi altissimi e perdere di vista che ci sono anche altre parti importanti che meritano la vostra attenzione e la vostra cura.

Dott. Daniele Pisu

Psicologo Psicoterapeuta

Via Lunigiana, Cagliari

Cell. +39 3939336532

Bibliografia:

  • Fare ACT

Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy

di Russel Harris

Franco Angeli Editore

  • Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà

di Jean Baudrillard

Raffaello Cortina Editore

  • Io sono leggenda

di Richard Mathesan

Fanucci Editore

  • Cognitive Behavioral Therapy for PTSD, second edition: a case formulation approach (English edition)
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